La bizzarra idea del neo Ministro leghista, il turismo transita all’agricoltura

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È data per ormai certa la prima, grande novità relativa alla struttura del nuovo Governo. Il Ministero dei Beni Culturali perderà il Turismo, che viaggerà insieme al comparto dell’agroalimentare. C’è una logica, in un certo senso, ma ci sono anche dei rischi. E’ lunga e travagliata la storia di questo Ministero che pare non riesca a trovare un assetto stabile.

È stato Gian Marco Centinaio, ex operatore turistico, responsabile Settore Turismo per la Lega, oggi Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ad anticipare la novità, parlando di una decisione imminente: a giorni il Turismo si staccherà dai Beni Culturali, a cui era stato accorpato qualche anno fa, per finire proprio con agricoltura e foreste.
Un Ministero senza requie, senza più una casa né un’identità.

Il referendum del 1993 aveva infatti abrogato, su proposta dei Radicali, la legge che istituisce il Ministero del Turismo e dello Spettacolo, con l’82,28% di Sì. Le competenze esclusive in materia, affidate alle Regioni con la riforma costituzionale del 2001 (scelta controversa, dagli esiti non incoraggianti, che il Referendum dell’8 dicembre 2016 voleva correggere) non fecero che svuotare e indebolire ulteriormente quel che restava di quell’organo statale.
Così, se nel 1996, col Governo Prodi, l’ormai soppresso Ministero era stato accorpato all’Economia, nel 2008 Berlusconi ne aveva fatto un dipartimento della Presidenza del Consiglio, mentre Letta, Renzi e Gentiloni, coi Ministri Bray e Franceschini, avevano preferito l’unione con i Beni Culturali.
Per Centinaio l’esperimento Turismo-Agricoltura ha ragioni profonde e un’utilità primaria: “Gli stranieri vengono in Italia sia per le sue bellezze storiche, architettoniche, naturalistiche, sia per l’enogastronomia“. Intelletto e palato, gusto e bellezza, viaggi tra sapori e tesori: l’abbinamento è presto fatto. Così avrebbe dichiarato in aggiunta il Ministro, all’Ansa: “Nel programma elettorale scritto a 126 mani, cioè con i top manager dei vari settori del turismo, il primo passo riguarda l’organizzazione della struttura politica, il rapporto fra ministero e Regioni sulla gestione del turismo, e ministero e privati con cui bisogna lavorare in sinergia; il secondo è rimodulare la promozione del nostro Paese all’estero“. Urgente anche l’istituzione di un tavolo con le Regioni e l’Enit (Agenzia Nazionale del Turismo) per arrivare “alla migliore promozione con la razionalizzazione di costi e comunicazione“, non dimenticando al contempo meritocrazia e legalità, ovvero “la lotta all’abusivismo alberghiero, delle guide, delle agenzie turistiche, perché bisogna affermare la professionalità“. Quanto ai punti di tangenza con i Beni Culturali, “abbiamo ragionato”, rassicura Centinaio, “con il Ministro del Mibact Bonisoli per iniziative da fare insieme“.

E un parere naturalmente è stato chiesto proprio all’ex Rettore della NABA Alberto Bonisoli. La certezza di questa piccola-grande rivoluzione, lui, al momento non ce l’ha. Le sue sono parole molto prudenti: “Ci sono varie opportunità, vedremo gli sviluppi nei prossimi giorni. In questo momento non è esattamente tra le mie priorità, sono questioni tecniche”, ha spiegato all’Ansa, sminuendo con ingenua facilità una questione sì tecnica, ma assolutamente strategica in fatto di politiche culturali e di sviluppo. Per poi precisare: “Io faccio il ministro dei Beni Culturali, quello di cui sono convinto, esattamente come si dice nel contratto di governo, è che il turismo non è solo quello legato alla cultura. Secondo me con il turismo deve esserci un approccio più eclettico“. Un modo per dire che la nuova collocazione non gli dispiacerebbe affatto.
E a confermarlo ci aveva già pensato Matteo Salvini, Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni: “Sì, al cento per cento il Turismo andrà al Ministero dell’Agricoltura. Perché questi sono i patti”, ha dichiarato in diverse occasioni.
La sensazione è che alla base di questa bizzarra scelta ci sia la volontà di Centinaio – molto competente in materia e affezionatissimo al ramo – di cucirsi addosso un abito ad hoc. Se lo avessero nominato ai Beni Culturali, il Turismo sarebbe passato lo stesso all’Agricoltura? Qualcosa ci dice che no, la piccola-grande rivoluzione, che potrebbe in parte avere una sua logica interessante, sarebbe rimasta al palo.
L’obiettivo di Centinaio, più volte dichiarato, in realtà era lo stesso di tanti professionisti e di realtà come ASTOI (Associazione di Categoria dei Tour Operator di Confindustria) e Aidit (Associazione italiana distribuzione turistica): restituire al Turismo un Ministero tutto suo e con Portafoglio. Santa cosa, nell’urgenza evidente di mettere a punto una seria politica industriale del turismo (infrastrutture, Iva e fisco, modelli di gestione, parametri di competitività, qualità, sostenibilità, etc.), di risolvere il nodo sulle competenze tra Stato e regioni, di creare ordine e insieme dare ulteriore impulso a un settore determinante, con potenzialità ancora inespresse.
Il popolo italiano, però, trent’anni fa, si era espresso con chiarezza. E così aveva fatto nel 2016, bocciando con l’ultimo referendum anche la revisione del Titolo V della Costituzione, connesso ai poteri delle amministrazioni regionali. Tuttavia, anche il Ministero dell’Agricoltura era stato abrogato nel ’93. E allora? La volontà popolare, in quel caso, non fu più incisiva delle necessità contingenti: le ragioni di un comparto imprenditoriale strategico, quale quello agroalimentare e della pesca, hanno prevalso e mantenuto in vita l’originaria struttura. Oggi, il Mipaf, è un Ministero solido, complesso, forte, articolato, con meccanismi rodati e ambiti d’azione molto specifici. E dunque, innestarvi un settore per certi versi compatibile ma obiettivamente distante, in parte orientato ai temi dello spettacolo, a oggi privo di una forma chiara e avvezzo a trasmutazioni improvvise e pazzesche, a chi gioverebbe? Non a quest’ultimo, che verrebbe certamente fagocitato e sopraffatto; non al primo, che si ritroverebbe un’appendice evanescente, difficile da armonizzare. Il rischio confusione e dispersione, insomma, è notevole.
Ne ha parlato sul Foglio anche Angelo Argento, di Cultura Italiae: “Quando si decise per l’accorpamento con il Mibac lo si fece per valorizzarne e sfruttarne al massimo le potenzialità nell’ambito di quello che giustamente è stato definito il ministero economico più importante del Paese. Con risultati importanti sia in termini di riacquistata forza e autorevolezza nei confronti del sistema regionale sia di spesa che di riqualificazione dell’Enit e del sistema industriale e aziendale del settore. Comprendo la logica che sottintende il suo passaggio al Mipaf ma la ritengo insufficiente ed estremamente debole rispetto a quella che motivava il suo accorpamento al Mibac”.
E ancora: “Se proprio si vuole smontare quanto fatto, errore gravissimo, allora lo si riporti alla Presidenza e si faccia una battaglia per restituire poteri veri al ministero del Turismo autonomo e forte. L’optimum sarebbe la creazione di un grande importante Ministero per lo Sviluppo e la Tutela Culturale, Agroindustriale, del Turismo e dello Sport che, come quello del Lavoro e dello Sviluppo Economico, accorpi le competenze dei quattro i ministeri, che rappresentano i settori trainanti del Paese”.
Idea interessante e strategica, un accorpamento dalla cui sinergia potrebbe sì venire fuori qualcosa di buono.

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