Uso e consumo delle certificazioni antimafia, la pagella dei cattivi è ancora da scrivere

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La decisione di associare alle carceri Antonello Montante rappresenta un ulteriore tassello di un’inchiesta giudiziaria che pare destinata ad allargarsi,  e mette in grave imbarazzo la parte del mondo politico siciliano più legata alle esperienze di governo di Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta, dopo aver determinato la sostanziale decapitazione di Sicindustria con la decisione di auto-sospendersi del presidente Giuseppe Catanzaro.

Dei contenuti delle intercettazioni che sono alla base dei provvedimenti restrittivi della procura della Repubblica di Caltanissetta si è ampiamente parlato anche su questo giornale e- aldilà degli esiti giudiziari che ne sortiranno- essi inquietano per la fitta trama di relazioni tra politica e mondo degli affari che vi traspare. Non sta a noi, naturalmente, trarre conclusioni che appartengono ai diversi gradi di giudizio ma vorremmo porre una questione che è, a nostro avviso, decisiva per il futuro della Sicilia. Ciò che dalle intercettazioni sembra emergere è una gigantesca questione politica e morale caratterizzata dalla commistione tra cosa pubblica ed interessi privati. Che tutto ciò sia stato celato sotto la coperta dell’accreditamento come campioni dell’antimafia è ancora più devastante perché evidenzia un utilizzo spregiudicato di un rilevante fenomeno sociale e culturale che si è verificato nella Sicilia dei due decenni che ci stanno alle spalle: la presa di coscienza a livello di massa da parte di ampi settori della società siciliana della centralità della lotta contro la mafia e la costruzione di un movimento di massa per la legalità. Una svolta nella vita dell’isola che ha rotto silenzi e complicità decennali e si è posta alla base della costruzione di quella cultura della legalità che sta all’origine della presenza di migliaia di ragazze e  ragazzi il 23 maggio a Palermo per ricordare l’anniversario della strage in cui furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta.

In questi anni è esistita un’antimafia seria e coerente che ha lavorato sopratutto per la diffusione di valori ed idee e che non può essere confusa con chi ha utilizzato la legalità come un brand sotto cui celare i propri affari. Episodi gravissimi erano già emersi con l’inchiesta Saguto e con i reati di cui si è reso responsabile l’ex presidente della Camera di Commercio di Palermo Helg. Nel primo caso poteri e funzioni relativi all’appartenenza all’ordine giudiziari erano stati stravolti ed utilizzati per realizzare profitti per sé stessi ed i propri amici, nel secondo la proclamazione di antimafiosità celava il perseguimento di finalità diametralmente opposte. Nella vicenda Montante sembrerebbe apparire qualcosa di ancor più pericoloso: la certificazione antimafia dell’organizzazione di rappresentanza imprenditoriale sarebbe stata utilizzata per condizionare la politica ed indirizzarne le scelte. E’ un salto di qualità in negativo tutt’altro che irrilevante. Se infatti è nell’ordine delle cose che l’imprenditore persegua il proprio profitto, è inaccettabile che egli utilizzi il brand antimafioso per realizzare l’impossessamento delle risorse pubbliche in una regione come quella siciliana in cui l’istituzione regionale continua a rappresentare la chiave di volta e la porta principale per l’accesso ai pubblici finanziamenti.

In questo senso la gestione diretta da parte di uomini di Confindustria (anche di quelli oggi nemici dell’ex presidente dell’associazione regionale degli industriali) dell’Assessorato alle Attività produttive sotto i governi Lombardo e Crocetta rappresenta il punto di incrocio tra affari e politica su cui oggi è assolutamente necessario far luce. La questione riguarda direttamente l’autonomia della politica e la sua capacità di perseguire gli interessi generali dei cittadini siciliani, invece che quelli di gruppi affaristici comunque mascherati.

Il mondo politico siciliano nel suo insieme non può sottrarsi all’indifferibile necessità di scoprire fino a che punto questa rete di relazioni  oscure ha condizionato ed indirizzato le scelte pubbliche, tanto più se  si è ingannata la buonafede della gente celandosi dietro il paravento di una scelta di campo declamata ma mai in realtà praticata. La neo insediata Commissione antimafia dell’Assemblea Regionale, presieduta da Claudio Fava, ha fatto bene a scegliere come suo primo terreno di impegno la vicenda dei rapporti tra Montante ed i governi che si sono succeduti nell’isola perché, in parallelo con le inchieste giudiziarie, bisogna che la politica faccia luce su una vicenda che proietta un’ombra oscura ed inquietante sull’insieme delle scelte compiute su settori delicatissimi per la vita regionale, dall’energia allo smaltimento dei rifiuti. La politica ha un estremo bisogno di riconquistare  trasparenza e credibilità agli occhi di una pubblica opinione turbata: per farlo deve lavare in pubblico i panni sporchi e fare definitivamente pulizia dei rapporti con lobbies affaristiche ed interessi occulti.

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