Infuria la polemica sull’Amaca “classista” di Michele Serra: L’educazione è cultura o valore?

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Per i pochi che non lo conoscono, Michele Serra Errante è un giornalista, scrittore, autore televisivo e umorista italiano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni sull’Unità, dal 1997 scrive sulla Repubblica e dal 2002 anche sull’Espresso. In passato ha collaborato a molte testate, tra le quali Epoca e Panorama. Nel 1990, (dettaglio indicativo del suo percorso) si iscrive al Partito Radicale, agli Antiproibizionisti e ai Verdi Arcobaleno, in violazione dello statuto del PCI che non permette ai propri iscritti di aderire ad altri partiti. Ma Serra lo fece come provocazione per chiedere che la sinistra potesse diventare «unita e antagonista».

Uomo quindi notoriamente di sinistra, da circa trent’anni è titolare di una rubrica su “Repubblica” titolata “Amaca”, nella quale, in poche ironiche righe, scatta fulminanti fotografie della società italiana. Nell’Amaca in questione Serra, a proposito di “incidenti scolastici”, ha scritto:

“Tocca dire una cosa sgradevole, a proposito degli episodi di intimidazione di alunni contro professori. Sgradevole ma necessaria. Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società (vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo), dall’altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insita nel concetto stesso di populismo. Il populismo è prima di tutto un’operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari. Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita.”

Di fronte a un’affermazione così perentoria, l’arena dei lettori si è spaccata in due: da una parte c’è chi trova l’Amaca assolutamente condivisibile; dall’altra chi la considera di un classismo insopportabile. Entrambe le parti stanno leggendo lo stesso trafiletto e appaiono trasversali; da entrambe le parti troviamo lettori progressisti e conservatori, laureati e non, esegeti acuti e gente che ha letto soltanto le prime tre righe. I pochi che tentano di trovare una soluzione di compromesso (Serra avrebbe ragione, ma l’avrebbe messa giù un po’ troppo brusca) si trovano nella posizione più scomoda: come fai a sostenere pubblicamente che Serra si spiega male in 1500 caratteri? Lo fa da trent’anni. Insomma, se all’inizio aveva tutta l’aria di una discussione politica, sembra essere diventato a questo punto un esperimento sulla percezione collettiva.

In questo caso potrebbe essere d’aiuto la statistica: in una ricerca ISTAT sul bullismo condotta nel 2014 il 19,4% degli studenti liceali appariva vittima di azioni di bullismo diretto; seguivano gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%). Il che non vuol dire che volino più sedie nei licei che negli istituti professionali. Il fatto è che in questi giorni si sta parlando di casi che tre volte su quattro non hanno nulla a che vedere col bullismo. Uno studente che fa una scenata a un insegnante non è bullismo, a volte è pura, melodrammatica insolenza. Un genitore che aggredisce un docente non è bullismo ma più banalmente prepotenza, oltre che maleducazione, e non siamo nemmeno certi che sia davvero in aumento. E d’altro canto il genitore arrogante che minaccia il professore non è necessariamente un poveraccio insicuro: a volte è un facoltoso, ugualmente insicuro.

“Serra, non dica assurdità!” scrive la professoressa Anita Riotta (sorella del più noto giornalista Gianni) dalle pagine facebook: “ho insegnato per 40 anni in scuole difficili, professionali e tecnici e ho trovato ragazzi deliziosi, che oltre ad essere interessati ed educati, si sono presi cura di ME in modo commovente….sono davvero indignata. E se vogliamo parlare di genitori, ricordo le Mamme di Ballarò (Palermo) che scendevano a difenderci da un Direttore grossolano e, quando faceva freddo, ci portavano il caffè caldo da casa. Ricordo il sig. Cascio, papà operaio, che veniva in vesti da lavoro, scusandosi per le sue mani sporche di calce, che io mi sono sempre sentita onorata di potere stringere.
Qualche ragazzo difficile? Certo, ma fa parte del mestiere e se ne trovano ovunque. Cominci lo Stato a non squalificare ruolo e figura dei Docenti, trattandoli con il rispetto dovuto a professionisti con una responsabilità enorme”.

“Forse Serra fa parte di quei genitori importanti del famoso liceo classico di Roma che sostenevano l’occupazione della scuola da parte dei figli e minacciavano gli insegnanti dicendo: ne parleremo con il ministro”, commenta qualcuno, con cui Anita Riotta concorda. Oppure, ancora un altro: “Questa volta Serra ha proprio toppato. Avrà rimosso il ricordo del massacro del Circeo. Gli autori erano educati in un liceo classico privato cattolico. È un invito a (ri)leggere la scuola cattolica di Albinati. Forse potrebbe trovare qualche spiegazione sociologica un po’ meno superficiale di quelle vomitate nell’amaca”.

Uno studente della professoressa Riotta, ricorda: “Sono figlio di operai palermitani che hanno lavorato in provincia di Lecco, io sono stato sballottato tra nord e sud, ho frequentato le scuole superiori al sud, in un istituto tecnico. Penso di essere venuto su bene, in questi mesi ho lavorato in call center, e continuo a fare colloqui ogni giorno, domani infatti ne avrò uno alle 11.00. Ho messo qualche soldo da parte, e ho l’ambizione di prendere lezioni private per passare il test di ingresso di medicina,vorrei diventare uno psichiatra. Parlare per luoghi comuni e pregiudizi non ha mai fatto bene, certi giornalisti dovrebbero ricordarlo”. E via di questo passo, con toni più o meno accesi.

La risposta di Michele Serra alle roventi discussioni è comunque puntualmente arrivata:

“ (…) ho attribuito alla “struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società” il maggiore tasso di aggressività e di indisciplina che si registra (stando alle cronache) nelle scuole tecnico-professionali e nelle medie inferiori rispetto ai licei, frequentati quasi solo “dai figli di quelli che hanno fatto il liceo”. Poiché, – continua – “scrivendo una nota di 1500 caratteri, si è costretti a evitare la zavorra dell’ovvio, non ho aggiunto che esistono fior di liceali screanzati e arroganti, e borgatari gentili e brillanti che ogni professore vorrebbe avere nella sua classe. Mi interessava dire del macro-fenomeno, e in buona sostanza, non citandolo, di ripetere l’antica lezione di don Milani sulla -scuola di classe-. In altri tempi qualcuno mi avrebbe accusato di fare del facile sociologismo di sinistra, offrendo un alibi ai violenti, (..) Ma i tempi devono essersi ribaltati, davvero ribaltati, se invece in molti hanno scelto di rivolgermi esattamente l’imputazione opposta, accusandomi di “classismo” e di “puzza sotto il naso”, nel solco del molto logoro, molto falsificante ma sempre trionfante cliché “quelli dell’establishment contro quelli del popolo”. (…) Ora: fino a che sono i social a chiamarmi in causa, sono costretto a replicare che non posso replicare. Non certo per alterigia ma per una ragione oggettiva sulla quale sarebbe importantissimo, e liberatorio, che tutti riflettessimo, dal prestigioso intellettuale allo hater seriale: la moltitudine dei commenti (non tutti, ovviamente) NON riguarda quello che ho scritto, riguarda la sua eco, i commenti ai commenti, voci relate, fonti in brevissimo tempo vaghe e remote. Il testo (i 1500 caratteri della mia Amaca, insomma le mie parole) quasi non vale più. Quasi nessuno lo legge fino in fondo e lo analizza. Vale il caotico, per certi versi mostruoso contesto del chattismo compulsivo, così compulsivo che perde il filo del discorso già in partenza. E dunque alle migliaia di persone che, sui social, mi hanno sommerso di accuse e di invettive, sono costretto a dire, in buona amicizia: voi non state parlando di me e non state parlando di quello che ho scritto, dunque scusate ma non posso rispondervi.

Molto più rilevante, invece, è che l’accusa di “classismo” mi arrivi da un giornalista, Luca Telese, che conosce a fondo la storia della sinistra italiana. Se Telese considera “classista” che qualcuno indichi la differenza di classe e l’ignoranza come cause, o perlomeno concause, della violenza e della devianza sociale, allora significa che davvero il paradigma è totalmente ribaltato. E’ diventato “contro il popolo” ciò che a quelli come me, lungo una intera vita, è sempre sembrato il più potente argomento “a favore del popolo”: denunciarne la subalternità economica e culturale, dire il prezzo che paga, il popolo, alla sua mancanza di mezzi materiali (i quattrini) e immateriali (la conoscenza, l’educazione). Non è più neanche un equivoco, è una vera e propria legge mediatica quella che negli ultimi anni bolla come “snob” ogni definizione possibile immaginabile del gap di classe. Se dici che i poveri mangiano peggio dei benestanti, non è perché denunci (vedi la sacrosanta campagna di Michelle Obama) il disastro sanitario provocato dal junk food, è perché sei un fighetto che mangia solo lardo di Colonnata e cardo gobbo. Se dici che i poveri ricevono informazioni di minore qualità e spesso nessuna informazione, e sono dunque più esposti a manipolazioni politiche e veleni mediatici (junk media…) sei solo uno spocchioso spregiatore di chi ha studiato meno di te. Se dici che nelle scuole meno qualificate si addensano più facilmente i rischi di turbolenza sociale, spesso diretta conseguenza della condizione familiare, ecco che sei subito -classista-.

Se oggi Friedrich Engels pubblicasse “Le condizioni della classe operaia in Inghilterra”, i social lo aggredirebbero, chiedendosi “come si permette, questo borghese con il culo al caldo, di parlare così male del popolo dei suburbi”. Se Karl Marx scrivesse le sue severe considerazioni sul Lumpenproletariat (proletariato straccione), o il socialista Orwell riscrivesse il suo reportage sul “cattivo odore del proletariato”, idem. La contraffazione oramai è perfetta: non dire mai che il popolo “sta sotto”, non dire che è messo male, non dire che ha meno e che sa di meno, non dire che ieri era carne da cannone e oggi carne da pubblicità, non dire che al popolo cinquant’anni fa si dava in prima serata l’Odissea di Franco Rossi e oggi gli si danno filmacci americani con sparatoria e squartamento, perché vuol dire che lo consideri inferiore (…) Lo sdoganamento dell’ignoranza è uno dei più atroci inganni perpetuato ai danni del popolo, ed io penso (e lo scrivo da decenni) che faccia perfettamente parte dello sdoganamento dell’ignoranza l’idea che sia “classista” indicare con il dito proprio la luna: ovvero la differenza di classe. E’ quello che ho cercato di fare in quella famigerata Amaca; nel caso non mi fossi spiegato a sufficienza, spero di averlo fatto meglio adesso”.

Così stando le cose, la risposta riguarda forse il cuore stesso della situazione politica in cui ci troviamo. Alle ultime elezioni il Paese si è spaccato socialmente, ancor prima e ancor più che ideologicamente. Un’Italia mai così diseguale dalla Guerra in poi, un’Italia in cui quasi un terzo dei cittadini è a rischio di povertà, ha votato dividendosi tra ricchi e poveri, tra salvati e sommersi, tra benestanti anziani e precari giovani poveri. È tornato il voto di classe: solo che quella che chiama se stessa “la sinistra” stavolta si è collocata dalla parte dei padroni. Già: perché in questa divisione, il Partito Democratico ha vinto solo nei quartieri appunto benestanti, insieme a Forza Italia: mentre i Cinque Stelle e (ahimé) la Lega hanno vinto tra i metalmeccanici, i precari, i disoccupati. Almeno sul piano del rapporto tra censo e voto, il populismo si è di fatto realizzato: popolo contro establishment.

Come scrive giustamente Tomasi Montanari dalle pagine di Micromega: “Come possiamo dimenticare che da noi, negli ultimi venticinque anni, un establishment ignorante e corrotto come in pochi altri paesi del mondo – e la cui stessa esistenza smentisce alla radice l’assioma di Serra per cui «il rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza» – ha devastato l’Italia, culturalmente e socialmente? Un establishment prima berlusconiano e poi, senza soluzione di continuità, renziano: un establishment del Partito Democratico che, se avesse ricevuto un millesimo delle critiche oggi (in parte giustamente) rivolte ai 5 Stelle, sarebbe stato ridimensionato e, probabilmente, arginato”.

Il quadro è infine radicalmente mutato, con il tonfo elettorale della sinistra, il 4 marzo scorso. Una parte molto larga dell’opinione pubblica guarda oggi con diffidenza a chi ha di fatto appoggiato senza critiche l’ignorantissimo giglio magico renziano, a chi ha taciuto o plaudito mentre i governi del centrosinistra smontavano la scuola pubblica e l’ascensore sociale.

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