POTERE AL POPOLO: “Non siamo nati per resistere; siamo nati per vincere”

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Di Potere al Popolo abbiamo già parlato su questo giornale (vedi: “Je so’ pazzo, l’esercito dei sognatori”): quel Movimento nato dalla proposta di un centro sociale napoletano, Je so’ pazz, appunto, che all’indomani del fallimento unitario del Brancaccio, ha coraggiosamente deciso di presentare una lista alle prossime elezioni politiche nazionali. Proposta che sta coinvolgendo P.C.I. e Rifondazione Comunista, sindacati come USB, figure storiche della sinistra sindacale e politica (Giorgio Cremaschi e Sandro Medici) e segmenti politici e sociali della sinistra critica e alternativa. L’adesione al Movimento avviene soprattutto da parte delle aree sociali maggiormente defraudate che in questi anni hanno sofferto per il pacchetto Treu, l’introduzione della precarietà, il Jobs Act, per l’abolizione dell’articolo 18, per le privatizzazioni e la svendita del patrimonio industriale, per i regali alle imprese, gli sgravi fiscali ai ricchi, i finanziamenti pubblici a soggetti privati, per i tagli ai servizi come scuola e sanità, per la corruzione in termini di perfetta integrazione con clan e potentati locali, decreto Minniti, gestione razzista delle politiche migratorie, finanziamenti per tutte le missioni italiane all’estero. L’obiettivo immediato è partecipare alla campagna elettorale, combattendo i responsabili di tutto questo individuati nel Partito Democratico di Renzi, in Forza Italia di Berlusconi, nella Lega di Salvini, in Fratelli d’Italia della Meloni ma anche nel M5s di Di Maio -sempre più a destra- , e nei “sinistri” di Liberi e Uguali cioè D’Alema, Bersani, Grasso, Speranza, Civati, Fassina, Bassolino, De Gaetano, considerati niente altro che un Partito Democratico Due.

Le assemblee di Potere il Popolo sono affollate e partecipate in tutta Italia, l’obiettivo strategico (che va oltre il 4 marzo) è quello di avviare un processo che crei un movimento esteso nel territorio e duraturo per l’alternativa e per il cambio politico, sociale e culturale. Per inciso, in Europa Potere al Popolo ha avuto il riconoscimento di Jeremy Corbyn di Momentum del Labour Party e della France Insoumise di Jean-Luc Mélanchon.

Eppure Potere al popolo sembra essere qualcosa di antico, un deja vù che a molti altri procura la sgradevole sensazione di un già vissuto peraltro fallimentare nei risultati generazionali. A questa percezione Potere al Popolo risponde che si tratta, piuttosto, di “attualità dell’inattuale” (chissà cosa ne penserebbe Calasso per cui l’Attuale è Innominabile..) “(…) Per noi significa l’esercizio effettivo del potere da parte del popolo, democrazia reale, quella che in alcuni luoghi dell’America Latina hanno cominciato a chiamare “democrazia radicale”, nel senso di un ripartire dalle radici, dal profondo. È democrazia “assoluta” (…) È il potere del popolo organizzato che prende coscienza della sua forza e dei suoi mezzi; che esercita il controllo popolare su ogni ambito della propria vita, che non lascia che poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessano la tela della vita collettiva” (e qui citano Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti).

Nei quartieri popolari le persone pensano a se stesse e parlano di sé come “popolo”, sostengono, quello di chi non ha santi in paradiso, quello di chi lotta tutti i giorni per arrivare alla fine della giornata, quello che sogni ne ha, per sé e per i propri cari, ma è cosciente che, se le cose rimangono così, non si realizzeranno. Un popolo che odia – e in parte invidia – chi sta dall’altra parte: il padrone, il proprietario di casa, i “politici”.

Un Popolo che percepisce su di sé non solo il peso economico ma anche quello morale della gestione della crisi: “quotidianamente veniamo additati come colpevoli delle nostre stesse sofferenze”. “Siamo quelli che non brillano a scuola perché stupidi, quelli che non trovano lavoro perché non si impegnano abbastanza, quelli che il lavoro lo “perdono” perché inadatti alle esigenze di una moderna economia di mercato. C’è una dimensione di colpevolizzazione tesa a spingerci a pensare che il “fallimento” sia un fatto individuale e che, di conseguenza, anche la soluzione dovrà essere individuale. La dimensione di vittime ci racconta però solo una parte della storia. L’altra è quella di un popolo che non ci sta, che dà battaglia, che è orgoglioso di ciò che è e ciò che fa”.

Un popolo che non si arrende ai meccanismi di desolidarizzazione promossi dall’alto, ma riesce a “rimanere umano”, a costruire vincoli di solidarietà e condivisione.

Il Popolo non è un figlio che ha bisogno delle cure di un padre, buono o autoritario che sia. È soggetto e non oggetto della Storia”.

L’idea di lanciare la sfida di questa lista popolare nasce dalla volontà di non lasciare alcuno spazio al “nemico” senza provare a dare battaglia, anche da parte di chi non ha mai partecipato all’agone elettorale, di più, che ha spesso e volentieri disertato le urne, e ha deciso di incunearsi in questo spazio.

Ci attendono mesi in cui l’attenzione sarà tutta concentrata sullo scenario elettorale: gli eventuali eletti di “Potere al popolo” si ripropongono di dare vita ad un “parlamentarismo de calle”: essere presente sui territori, costruire meccanismi di democrazia diretta e partecipativa ovunque sia possibile. Nelle aule, invece, di essere una spina nel fianco di governo e dei gruppi di potere, portando il “controllo popolare” in Parlamento. “Siamo coscienti dei rischi di una possibile cooptazione”, sostengono,ma siamo convinti che il miglior antidoto non risieda tanto in proclami e parole, quanto nella prosecuzione di quel lavoro politico e sociale che tutti i giorni portiamo avanti. (…) Come dicono spesso i compagni catalani, “un piede nelle istituzioni e mille nelle strade”.

Nei manifesti di Potere al Popolo colpisce la rilevanza data alla dimensione del mutualismo, che portano avanzi ad oltranza: “Riuscire a mettere in piedi strutture di mutuo soccorso, dagli ambulatori popolari alle camere popolari del lavoro, passando per le scuole di italiano per immigrati, permette di costruire fiducia nelle proprie capacità collettive.(…) Il mutualismo diventa – uno strumento di “attivazione” – delle energie popolari in anni contraddistinti dall’apatia, dalla rassegnazione e dal disinteresse. È, in piccolo, una forma di democratizzazione: Proprio a Napoli, ad esempio, è tutt’ora viva la memoria della “Mensa dei bambini proletari”, attiva per tutti gli anni ‘70, a parte i cristiani di base e le associazioni laiche impegnate quotidianamente nel non lasciare soli gli ultimi, che siano i senza tetto o gli immigrati. Con loro andiamo al di là dell’intervento assistenziale, abbiamo costruito una “rete di solidarietà popolare” e dato vita a momenti di lotta contro gli interventi di security dello Stato”.

L’intenzione e la prassi di Potere al Popolo sembrano delineare un orizzonte e una attitudine “confederativi” che nella sinistra non hanno mai riscosso particolare fortuna, ma sembra essere la strategia più propria del Movimento: i progetti che la sinistra ha messo in campo negli ultimi anni sono stati percepiti come progetti elettorali e basta, sommatoria di organizzazioni preesistenti che hanno avuto come obiettivo arrivare in Parlamento. Potere al Popolo vuole sovvertire questa modalità per tornare alle masse, alla maggioranza reale per ricostruire una “connessione sentimentale”. “Non siamo testimoni di Geova con un verbo da portare a masse di infedeli. “Camminare domandando”, come dicono gli zapatisti. Al disoccupato, allo studente che non ha una minima prospettiva di futuro, alla lavoratrice che è appena stata licenziata, all’abitante del quartiere che lotta contro la devastazione ambientale, non interessa che ci si proclami di “sinistra”. Noi stiamo provando a costruire un progetto nuovo, fondato sulla condivisione di un orizzonte e delle pratiche più che dei simboli. Il che comporta una serie di rotture rispetto al nostro stesso passato. Se infatti vogliamo ricostruire una connessione sentimentale con le masse popolari, bisogna allora essere capaci di parlare una lingua che sia comprensibile se vogliamo incidere sulla realtà e non limitarci ad essere testimoniali”.

Consapevoli delle difficoltà di percorso fanno riferimento a delle sperimentazioni, delle direzioni di lavoro internazionali come quelle dello “Stato Comunale” di cui parla Chàvez: tra attacchi e difficoltà interne in Venezuela si prosegue nella costruzione (…) “Vincerà nel momento in cui riuscirà a dimostrare che la logica socialista di funzionamento della società nel suo complesso, una nuova dialettica tra produzione e consumo, tra pianificazione e spontaneità, è superiore alla logica del capitale, di per sé distruttiva del genere umano. E sempre al Venezuela guardiamo – anche se di esempi altri non mancherebbero – per smentire qualsiasi visione “determinista” della storia e del nostro futuro. A Caracas la “fine della storia”, proclamata da più parti, ha in realtà significato l’inizio di un’ondata rivoluzionaria che per fortuna ancora non si arresta. (…) Nessuno pronosticava una “rottura” rivoluzionaria come nessuno la pronosticherebbe oggi in Italia. Nessun osservatore è stato infatti in grado di prevedere l’irruzione sulla scena di una logica diversa, quella promossa dal Comandante Chàvez e portata avanti da masse di diseredati e “invisibili”, che hanno conquistato un posto da protagonisti in quella storia da cui erano stati fino ad allora esclusi, di cui erano stati al massimo “oggetto”. In che modo quell’esperienza ci parla di una “rottura”? Se dunque pensiamo alla “rottura” non come a un momento preciso, come a un atto, ma come al risultato di un processo di transizione, la cui durata non possiamo predeterminare, riteniamo che la nostra possa dirsi già oggi “politica della rottura”. (…) “Non siamo nati per resistere; siamo nati per vincere.” ripetono, insieme ai compagni baschi.

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