Trattativa, processo monstre: 5 anni e 230 udienze. Gli errori “blu”

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Nel processo relativo alla cosiddetta trattativa Stato-mafia è stato contestato agli imputati il reato di cui all’art. 338 c.p. (violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario) laddove, a mio avviso, nel caso specifico, sarebbe stato ipotizzabile il diverso reato di cui all’art. 289c.p., fattispecie questa che prevede l’attentato contro organi costituzionali. La differenza tra i due reati non è di poco conto per quanto riguarda l’entità della pena prevista dato che, mentre per il reato contestato e cioè l’art.338c.p. è prevista la pena della reclusione da uno a sette anni, per il reato di cui all’art.289 c.p. è prevista una pena minore e cioè la reclusione da uno a cinque anni.

Il reato di cui all’art. 338c.p. punisce infatti con la reclusione da uno a sette anni la condotta di chi usi violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio, per impedirne in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività.

Nel caso specifico è stato contestato agli imputati , come leggesi nella richiesta di rinvio a giudizio : “ il reato di cui agli artt. 81 cpv 110, 338, 339 c.p. e 7 d.l. 152/91, perché, anche in tempi diversi e con azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, ed in concorso con Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cina, Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, e Marcello Dell’Utn -giudicati separatamente- (taluni in qualità di esponenti di vertice dell’ associazione per delinquere mafiosa Cosa nostra, altri come pubblici ufficiali, che hanno agito con abuso di potere e con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione, altri ancora in veste di esponenti politici di primo piano) e con il capo della Polizia protempore Parisi Vincenzo e il vice direttore protempore del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria Francesco Di Maggio, entrambi deceduti, e con altri allo stato Ignoti, per turbare la regolare attività di corpi politici dello Stato italiano ed in particolare il Governo della Repubblica, usava minaccia -consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni- a rappresentanti di detto corpo politico, per impedirne o comunque turbarne l’attività, e ciò più specificamente: concorrendo nelle condotte di RIINA Salvatore, PROVENZANO Bernardo e CINA’.

Come si trae dalla lettura del capo di imputazione sopra riportato la minaccia di proseguire nella esecuzione di stragi ed omicidi sarebbe stata prospettata, dalla organizzazione mafiosa, per il tramite di politici ed appartenenti alle forze dell’ordine, nei confronti del Governo della Repubblica con la conseguenza di turbarne o impedirne la regolare attività.

Ora è pacifico in giurisprudenza e in dottrina che i corpi politici che possono venire in considerazione agli effetti dell’art. 338 c.p., sono esclusivamente quelli diversi dal Governo, dal Senato e dalla Camera dei deputati dato che in relazione a tali organi è applicabile l’art.289 c.p. I Corpi politici infatti, sono quelli che esercitano preminentemente una funzione politica o di governo , come ad esempio il Consiglio dei ministri. Sono esclusi quei poteri ed organi autonomamente tutelati da altre disposizioni penali, quali ad esempio, il Governo, il Senato, la Camera dei deputati, la Corte costituzionale, le Assemblee regionali.

L’art. 289 c.p. che, a mio avviso, come ho detto, si sarebbe potuto eventualmente applicare ai fatti contestati, è quello che prevede “L’attentato contro organi costituzionali e contro le Assemblee regionali”, norma che punisce con la reclusione da uno a cinque anni, la condotta di chiunque commetta atti violenti diretti ad impedire in tutto o in parte, anche temporaneamente, al Presidente della Repubblica o al Governo l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferita dalla legge a tali organi di rango costituzionale. E’ infatti conforme ai principi del diritto pubblico, non solo riconoscere nel Governo dello Stato un organo costituzionale, ma altresì predisporre per esso una protezione penale pari a quella stabilita per il Capo dello Stato e per gli altri organi costituzionali. La tutela accordata al Governo, non riguarda i singoli membri di tale organo, a meno che una loro aggressione non determini come conseguenza immediata l’impedimento dell’esercizio delle funzioni dell’intero organo

La legge 24. 02. 2006 n. 85, per tale reato ha abbassato notevolmente la soglia edittale di pena che in precedenza era della reclusione non inferiore a 10 anni così da spostare anche la competenza a giudicare del reato in esame passata dalla Corte di Assise al Tribunale. Il processo relativo alla trattativa Stato-Mafia si è tuttavia celebrato dinanzi alla Corte di Assise per il fatto che, secondo l’impianto accusatorio, parte integrante della presunta trattativa sarebbe stato l’omicidio, avvenuto a Palermo a marzo del 1992, dell’europarlamentare della DC Salvo Lima, omicidio che secondo la Procura di Palermo, doveva considerarsi “ un dato fondante del castello accusatorio, il primo atto del ricatto che mafia e pezzi delle istituzioni fecero allo Stato”. Veniva pertanto rigettata la richiesta avanzata dai difensori degli ufficiali dell’Arma che sostenevano la competenza del Tribunale monocratico dato che il reato di cui all’art. 338 c.p. contestato agli imputati è punito con la reclusione nel massimo di sette anni. Veniva anche rigettata dalla Corte l’eccezione di incompetenza territoriale : se una trattativa tra lo Stato e la Mafia era avvenuta, il luogo di consumazione del reato, sostenevano i difensori degli imputati, non poteva che essere Roma, sede del Governo. Non può infine non osservarsi che la natura tecnicamente molto complessa della imputazione e la delicatezza del processo non erano certamente adeguate ad una giuria popolare quale quella prevista nelle Corti di Assise in cui tra l’altro i giudici popolari sono maggiormente soggetti alla pressione mediatica che, nel caso specifico, si è protratta per tutta la durata del dibattimento (220 udienze in cinque anni) e che può, in giudici non professionisti, determinare un condizionamento mediatico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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