I comuni malati, quelli in cura e gli altri, che nascondono le malattie

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Nascere e vivere in Burunti non è lo stesso che nascere e vivere a Carini, comune del palermitano in dissesto finanziario, ma non è un cittadino favorito dalla sorte, perché deve sborsare più soldi per le tasse locali. Forse ha la sua parte di responsabilità nella scelta degli amministratori, ma anche se così fosse, si tratterebbe di una cifra a zero virgola. Le cause del dissesto non sono addebitabili, in molti casi, nemmeno agli amministratori locali. E’ un meccanismo che stritola sindaci ed assessori e che viene messo in moto dalle direttive comunitarie sulla spending review. Questo meccanismo punisce in special modo quei comuni che storicamente hanno avuto un deficit di infrastrutture e servizi ed hanno dovuto perciò spendere più degli altri per colmare il gap. In definitiva esso ripete, ad abundantiam, ciò che accade agli esseri umani: quelli che hanno meno, oltre a star peggio, generalmente aggravano la loro condizione economica.  La spending review imposta dall’UE allo Stato, che a sua volta l’ha imposta alle Regioni ed i comuni, è la tegola che affossa i comuni.

Cancellate le entrate virtuali, impossibili da riscuotere,e seppelliti da società partecipate con conti in profondo rosso, i bilanci dei comuni si sono trasformati uno strumento di “tortura”.

Sono 84 le amministrazioni locali in dissesto finanziario, altri 146 enti locali sono sulla soglia del dissesto. Sono 26 i Comuni siciliani che hanno dichiarato il dissesto finanziario. A questi se ne aggiungono altri 33 in pre-dissesto (entro il 19 dicembre dello scorso anno). il Fondo regionale per le Autonomie locali, che è una specie di 118 per i comuni, è passato da 900 milioni di euro circa all’anno a 340 milioni di euro. Come se fossero state cancellate la metà delle ambulanze con il relativo personale.

Le statistiche dividono gli enti locali in sofferenza finanziaria in tre gruppi. I comuni deficitari, quelli in pre-dissesto e quelli in dissesto vero e proprio I primi sono in totale 67 di cui 8 al nord, sei al centro, 28 al sud e 25 sulle isole. 151 comuni hanno dichiarato il pre-dissesto. Fra questi, troviamo Terni, Frosinone, Rieti, Pescara, Benevento, Caserta, Foggia, Cosenza, Reggio Calabria, Catania e Messina. Il sud e le isole si confermano in maggiore sofferenza, costituiscono rispettivamente il 59% e il 19%del totale nazionale dei comuni in default .

I piccoli comuni soffrono più di tutti, come confermano le statistiche: dei 67 Comuni deficitari, 51, il 76%, hanno meno di 10mila abitanti, e il 36% ne hanno meno di 2000. Stessa solfa per i pre-dissestati: il 66% ha meno di 10mila abitanti, cifra che cresce all’85% se inseriamo le città fino a 20mila abitanti. Identica condizione per i dissesti dichiarati: l’80% sono comuni con meno di 20mila abitanti.

La mappa dei bilanci in rosso, tuttavia, non ci dice tutta la verità. Gli amministratori non amano ricorrere allo strumento finale, il dissesto, che obbliga a provvedimenti impopolari. Navigano a vista e adottano misure di contenimento, finché è possibile. Vorrebbero scaricare il peso delle partecipate, ma è un passo troppo doloroso, implicando perdite di posti di lavoro, che specie al Sud non hanno alcun mercato di sbocco occupazionale. Si stringono i denti, quindi.

La Sicilia assieme con Calabria e Campania si è guadagnata il podio nella classifica dei comuni in dissesto e pre-dissesto. E mostra qualche anomalia: due delle tre città metropolitane, sono in pre-dissesto, Messina e Catania , e questo dato sembra contraddire una tendenza di fondo, che vede i piccoli comuni in testa alle classifica delle sofferenze.

Le comunità “colpite” da pre-dissesto e dissesto, subiscono un trattamento speciale, svantaggioso rispetto alle altre. Pagano di più i servizi, e la loro qualità non garantisce standard eccellenti.

I comuni che “falliscono” non abbassano le saracinesche come le fabbriche e le aziende. Ricevono risorse dallo Stato, che funge da istituto di credito. I prestiti devono essere rimborsati attraverso la loro pianificazione, che – evidentemente – accresce le passività. Bisogna risparmiare su altre voci di bilancio. Quali? Non si tagliano solo le sagre e le feste patronali, che non possono più essere finanziate, ma anche servizi di prima necessità. Invece che servire tutti i cittadini aventi diritto all’assistenza, si ritaglia una fascia di cittadini. I fornitori delle pubbliche amministrazione, inoltre, subiscono il maggior danno. Riceveranno solo la metà di quanto è a loro dovuto.

Secondo la legge  si ha dissesto finanziario quando il Comune non è più in grado di assolvere alle funzioni ed ai servizi indispensabili oppure quando nei confronti dell’ente esistono crediti di terzi ai quali non si riesce a far fronte con il mezzo ordinario del ripristino del riequilibrio di …….Ma il dissesto, però, non migliora affatto la condizione dei servizi, anzi. Una contraddizione, che lo Stato conosce e tiene in piedi.

Non va meglio con il pre-dissesto. L’obiettivo della procedura del pre-dissesto è aumentare le entrate dei Comuni e diminuire le spese, di conseguenza questa scelta aumenta la pressione fiscale e provoca talvolta taglio di alcuni servizi.

Previsioni? Inutile farsi illusisoni, gli enti in sofferenza stanno aumentando, seppure con andamento ondivago.

 

 

Ecco l’elenco dei comuni siciliani in sofferenza.

Comuni in dissesto: Acate Aci Sant’Antonio Augusta Bagheria Barrafranca Bolognetta Brolo Carini Casteldaccia Casteltermini Cefalù Cerda Favara Ispica Lentini Mazzarà Sant’AnDrea MIlazzo Mirabella Imbaccari Mussomeli Palagonia (recidivo) Porto Empedocle Santa Maria di Licodia Santa Venerina Scaletta Zanclea Scordia Tortorici Ecco l’elenco dei Comuni siciliani in pre-dissesto: Adrano Avola Belmonte Mezzagno Borgetto Caccamo Campobello di Licata Catania Ficarra Galati Mamertino Giardini Naxos Giarre Itala Leonforte Linguaglossa Mazzarrone Messina Modica Monreale Monterosso Almo Motta Camastra Pachino Racalmuto Randazzo Riposto San Cataldo Sant’Alessio Siculo Scicli Taormina Terme VigliatoreTremestieri Etneo,Ustica
Villafranca Tirrena.

 

 

 

 

 

 

 

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