Musumeci nella palude dell’Ars. Tutti a casa, e poi? Nubi nere all’orizzonte

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Nello Musumeci ha sfidato “la palude”, stanco ed infuriato, dopo il ritorno in Commissione del collegato alla legge finanziaria, annunciando la volontà di dimissioni in caso di permanenza della “paralisi” politica. Ma se avvenisse l’inimmaginabile, e cioè le dimissioni del Presidente e la chiusura anticipata della legislatura, torneremmo nella palude dopo nuove elezioni, senza attendere l’arrivo dei monsoni. Rimedio peggiore del male?

Alle regionali dello scorso anno c’è stato un rinnovamento senza precedenti dell’Aula, sia dal punto di vista numerico, quanto individuale. Ed è arrivata una forte brigata di marines, i cinque stelle, pronta a sparigliare, preparata alle incursioni. Invece non succede niente. Abbiamo la consueta maggioranza risicata, debole e smarrita, la solita opposizione velleitaria, interessata a mostrare di che pasta sono fatti i vincitori. E tutto resta come prima.

Cambiano i governi, le maggioranze politiche, gli uomini, resta la destabilizzante ingovernabilità dell’Aula. Il colpo di reni di Nello Musumeci – “o si fanno le riforme o tutti a casa” – esce dal seminato, ma non sembra in grado, almeno per ora, di modificare la palude stagnante di Palazzo dei Normanni. Le cause di questo dannosissimo deja vu sono da ricercare ovunque: la immaturità degli eletti, il loro ancoramento a vecchie logiche, l’individualismo esasperato dei peones, le regole desuete del Palazzo e, da ultimo, una legge elettorale che incoraggia l’anarchia.

I peones non hanno altra arma, a quanto pare, se non quella di paralizzare il Parlamento, mettere in ginocchio l’esecutivo, costringendolo a inchinarsi difronte a richieste corporative, territoriali, clientelari.

Ma la più grave, e forse la più turpe, responsabilità  bisogna assegnarla ai dirigenti dei partiti, che nella formazione delle liste antepongono il consenso elettorale ad ogni altro obiettivo. Alcuni comportamenti, infatti, sono prevedibili sulla base del “cursus honorum” dei candidati. Più che comporre una lista di impresentabili, occorre sbarrare la strada ai vietcong professionali ed ai titolari di segreterie affollate di questuanti. Pura utopia.

Sarebbe stato sufficiente non averli in squadra i guastatori permanenti, almeno ridurne il numero, per ottenere una navigazione se non tranquilla, almeno  non paralizzante. Verrebbe da dire perciò “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, sia a Musumeci quanto a coloro che l’hanno preceduto ed hanno avuto voce in capitolo nella formazione delle liste.

Moventi multipli, dunque. Ma nemmeno questo, purtroppo, spiega del tutto la conflittualità permanente. Non la spiega sufficientemente. La diagnosi realistica è peggiore di tutti i fattori negativi messi insieme: l’Assemblea soffre di un male strutturale. Non c’è verso, così come stanno le cose, di guarirla. Non c’è consulto di “professori” che tenga. Il paziente è vigile, anche troppo, e non accetta medicine per la semplice ragione che vuole rimanere com’è. E’ una patologia esistente in natura, che gli esseri umani curano sul lettino dello psicanalista o dello psichiatra. Nelle istituzioni, i medici vengono presi a pesci in faccia, e le loro diagnosi giudicate con sospetto.

Come si esce dal circolo vizioso?

Regalando alla Sicilia un nuovo giorno. Un armistizio, una rinuncia temporanea agli egoismi, le questue, le cliente, i privilegi corporativi.

 

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