Che figo quel Fico, magari ce la fa. E sfascia il Pd

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Riuscirà Roberto Fico a realizzare il governo politico M5S-PD richiesto dal mandato preciso conferitogli dal presidente Mattarella? Allo stato qualsiasi previsione suonerebbe azzardata perché troppo sono le variabili in campo. Dal PD sale la domanda più maliziosa: il presidente della Camera è davvero il candidato primo ministro o rappresenta lo specchietto per le allodole, dietro il quale ricomparirebbe, alla prima svolta, l’immarcescibile capo politico del movimento Luigi Di Maio?

Il partito democratico tuttavia deve rispondere ad una domanda ancora più stringente: un partito evidentemente lacerato sarà capace di reggere l’urto di una trattativa vera? Stretto tra Scilla (le contraddizioni interne ai pentastellati) e Cariddi (la lancinante spaccatura del PD), le chances del quarantenne politico napoletano di formare un governo non appaiono molte. All’orizzonte incombe poi il voto di domenica 29 aprile alle Regionali del Friuli- Venezia Giulia. Il risultato del Molise, all’indomani della sentenza della Corte d’Assise di Palermo sulla trattativa e delle dichiarazioni di alcuni magistrati, dimostra che il centrodestra mantiene una compattezza coalizionale che pareva esser stata inficiata dalla tensione evidente tra Berlusconi e Salvini. E’ emerso in tutta evidenza che il sorpasso della Lega su Forza Italia non è ancora definitivamente realizzato. Ma a Campobasso il candidato presidente era di provenienza forzista e, in ogni caso, gli elettori molisani sono poco più di trecentomila, quanto un medio capoluogo di regione o un grosso quartiere di Roma; quindi- con tutto il rispetto che si deve a ciascuna consultazione popolare- il dato potrebbe essere considerato scarsamente influente sul quadro nazionale.

Altra cosa è il Friuli-Venezia Giulia: presieduta fino al 4 marzo da Debora Serracchiani, una dei leader della stagione renziana dei Democratici, oltre un milione di elettori e lembo d’Italia che si è lasciata alle spalle la crisi, la regione più orientale del nostro paese avrà, col suo voto, una valenza decisiva sulle scelte nazionali.

Il candidato alla presidenza è il leghista Massimiliano Fedriga; se vincesse, quattro delle sei regioni del Nord sarebbero governate dal centrodestra e ben tre di esse a trazione leghista. Nelle elezioni politiche di un mese e mezzo fa nella circoscrizione per la Camera che corrisponde al territorio regionale il centrodestra ha ottenuto il 42,96% dei voti, il M5S il 24,56%, il centrosinistra il 23,05%. LeU il 3,20%. Se si confermasse il rapido declino democratico emerso in Molise e la sfida vedesse prevalere il centrodestra nei confronti dei Cinquestelle, sarebbero da attendersi novità di rilievo sul versante del governo.

Il vero ostacolo nella formazione dell’Esecutivo centrodestra- M5S è la ingombrante presenza dell’ex cavaliere che per i gruppi parlamentari del movimento di Grillo e Casaleggio sarebbe del tutto indigeribile. Lo scorso fine settimana si è tentata la spallata, grazie alle novità in arrivo da Palermo e il capo della Lega è stato seriamente tentato di mollare il suo scomodo alleato, ma il sorpasso di Forza Italia a Campobasso lo ha fatto tornare sui suoi passi per non compromettere la campagna elettorale nel Nord-Est.

Nel frattempo Il Fatto quotidiano, organo ufficioso dei pentastellati, annuncia che Di Maio ha “chiuso uno dei due forni”, quello di destra. L’interpretazione del giornale di Travaglio consente di comprendere la difficoltà in cui si trovano i sicofanti del cambiamento: “Non è stato Di Maio a rompere con Matteo Salvini, ma il presidente della Repubblica a forzare la mano, a dare il mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico e a dire che il confronto infruttuoso, super-tattico e un po’ strumentale tra M5S e Lega può fermarsi qui perché il tempo è scaduto”.

Par di sentire il potente sospiro di sollievo per il pericolo scampato fuoruscire dai polmoni del severo guardiano della coerenza morale e politica del giovane capo pentastellato. Temiamo però egli abbia avuto troppa fretta: a nostro avviso, infatti, la vera partita è appena incominciata. Dentro il PD lo scontro è aperto: rispetto alle due posizioni estreme dei renziani contrari pregiudizialmente e di Emiliano favorevole a prescindere, si va evidenziando una posizione che potrebbe trovare consenziente una parte larga del gruppo dirigente e che mira a “vedere” le carte di Fico e Di Maio.

Da questo punto di vista i dieci punti elaborati dal professor Della Cananea (allievo di Sabino Cassese, una delle teste pensanti della sinistra riformista italiana) possono essere un punto di partenza per individuare argomenti condivisi per un programma di governo. Di Maio ha bisogno di chiamarlo “contratto” per nobilitare l’operazione con un precedente (ma il programma negoziato da Cdu-Csu e Spd  In Germania è ben altra cosa); lo si chiamasse pure Concetto, su di esso potrebbe in ogni caso fondarsi l’avvio di un discorso di merito che potrebbe liberare il PD dalla paralisi che lo ha colpito dopo le elezioni. E’ una delle ipotesi in campo, assieme ad altre due che giudichiamo, allo stato dei fatti, altrettanto plausibili: un ritorno di fiamma tra i due vincitori delle elezioni dopo il 29 aprile, magari con una “non sfiducia” da parte di Forza Italia; oppure una chiamata alla responsabilità di tutte le forze politiche per un governo del presidente che la visibile irritazione dell’inquilino del Quirinale per l’inconcludenza delle trattative rende tutt’altro che impossibile.

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