Le ricamatrici, di Ester Rizzo

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Giornalista e scrittrice siciliana, nata a Licata, classe ’63, Ester Rizzo è ormai nota per il denominatore comune dei suoi libri: le donne, sulle quali e per le quali ha da sempre fatto un grande lavoro di ricerca storica e di approfondimento oltre a battaglie per il riconoscimento dei loro diritti, soprattutto recuperandone la memoria. Co-referente dell‘Associazione Toponomastica Femminile, ha al suo attivo due saggi: “Camicette bianche, oltre l’8 marzo” e “Le Mille”, pubblicati entrambi da Navarra Editore. E’ di qualche giorno fa la cerimonia in Piazza Trieste, ad Avola, per l’apposizione di una targa dedicata alle “Camicette bianche”, le 24 donne siciliane morte nell’incendio della Triangle West Company di New York.

Questa scelta, questo “privilegiare” il punto di vista femminile, come ha dichiarato la stessa Ester in varie interviste, nasce con lei: fin da piccola avverte una sorta di discriminazione, un atteggiamento diverso riservato alle donne che non compaiono se non raramente nelle cultura ufficiale, ed è con grande stupore che scoprirà storie di grande valore che riguardano le donne volutamente sottaciute da una società “al maschile”. A cominciare dalla grammatica italiana che, nonostante abbia le sue regole, viene “implementata” con una sorta di “sessismo linguistico”: se è normale che il genere venga declinato al femminile quando si tratta di professioni piuttosto semplici come “cameriere/cameriera”, per fare un esempio, è più difficile che si usi correttamente “sindaco/sindaca”, “avvocato/avvocata”, “ministro/ministra”. Da questa semplice osservazione pragmatica parte l’analisi di Ester per abbracciare poi la complessità di un mondo la cui “storia”, quella che studiamo sui libri, è decisamente al maschile: “Provo una grande ammirazione per le donne del passato, soprattutto per Jane Addams, donna che meritò il Nobel per la Pace nel 1931 e che fu promotrice dell’importante Marcia della Pace, che non viene ricordata nei libri di storia”, ha dichiarato Ester in un’intervista, ricordandoci poi che l’Istituto di toponomastica femminile riporta che solo il 4% delle strade delle città e dei paesi italiani è intitolata alle donne, e di questo 4% gran parte sono donne sante, o addirittura, “madonne”. I sindaci, interrogati da Ester, hanno risposto che sono poche le notizie “sulle donne”, che c’è una forte carenza nella storia di figure femminili. Le stesse donne, per Ester, hanno in questo una grande responsabilità: “hanno poco senso di solidarietà tra loro, contrariamente agli uomini molto più capaci di fare squadra; probabilmente a causa di una società che le pone spesso su un piano antagonistico. Laddove però un gruppo di donne decide di ‘cooperare’ vengono fuori dei risultati eccezionali”. E ci ricorda che, nel suo saggio “Le mille”, (per Ester soltanto le “prime” Mille) è riportato un esercito pacifico di donne che hanno conquistato primati non riconosciuti: “i libri di storia su cui studiamo rappresentano soltanto una metà del genere umano” mi disse una volta, “se la storia fosse stata scritta anche dalle donne probabilmente il corso della storia stessa sarebbe stato diverso, e certamente migliore”.

Insomma, una donna di grande intelligenza emotiva Ester Rizzo che, ci piace ricordarlo, volle indossare a soli tre anni per il carnevale, non un vestito da fatina o da principessa ma i panni di Zorro. Attenzione però: il suo punto di vista “al femminile” non ha niente di esagerato, estremamente femminista o partigiano; quelle donne di cui Ester ci racconta le storie, spesso vittime di ingiustizie, di sopraffazione, di emarginazione, di mafia, sono semplicemente donne coraggiose, di grande forza e dignità pur in mezzo a mille difficoltà che meritano di essere ricordate.

Le ricamatrici” è il suo primo romanzo; dopo anni di lavoro di ricerca tra archivi e centri di documentazione per scrivere saggi, Ester ricostruisce con dedizione da ricamatrice appunto, la storia di una stagione siciliana in cui nascono i primi fermenti di rivolta delle donne contro la prepotenza maschile.

Una storia vera degli anni Settanta accaduta a Santa Caterina Villarmosa, provincia dell’anima di Caltanissetta, che Ester sa raccontarci con estrema delicatezza ricostruendo la vita quotidiana della gente di quel piccolo paesino, le feste, le tradizioni, gli affetti, le vicissitudini di un gruppo di ricamatrici, guidate da Filippa Rotondo (“donna alla quale una grande inquietudine danzava nell’anima”, nella realtà storica Filippa Pantano) e le sue figlie, da sempre sfruttate da committenti e intermediari, che decise di mettere fine alle angherie subite e di iniziare a reclamare i propri diritti di donne e di lavoratrici. Nacque così, nel 1973, la “Lega delle ricamatrici“, sostenuta da UDI, PCI e CGIL, grazie alla quale l’interesse sul racket degli intermediari crebbe a dismisura e attirò l’attenzione della stampa nazionale. Il gruppo di ragazze riuscì a trascinare in Tribunale i caporioni del paese e vinse la causa, riuscendo a far condannare gli sfruttatori e a fare approvare in parlamento una legge (la n. 877 del 18/12/1973) per la disciplina del lavoro a domicilio: rincuorate dalla vittoria legale, decisero poi di costituire una cooperativa, “La rosa rossa“. Ma il loro lavoro venne ostacolato da tanti piccoli atti intimidatori: la mafia delle minacce e dell’isolamento si insinuò nelle loro vite, lentamente e inesorabilmente, fino a bruciare definitivamente il loro sogno d’indipendenza. Ester ha il merito di recuperare storie cadute nell’oblio e di raccontarci le gioie e gli affanni quotidiani delle donne nella dura lotta per la conquista dei diritti, con ricostruzioni fedeli e molto ben contestualizzate.

Scrive nella bella prefazione Gaetano Savatteri: “Chissà se c’è mai stato veramente un tempo in cui era possibile sognare, immaginare e credere in un mondo migliore. Dentro il nostro presente dello scettiscismo social, dei nuovi integralismi nello spazio di un like, è bello poter pensare a un passato in cui le cose erano semplici perché tutto era in bianco e nero: il male e il bene, il giusto e l’ingiusto.” E anche: ” (…) bisognerebbe aprire una digressione ampia sull’eleganza dei nomi di certi paesi siciliani che profumano di Spagna o d’Arabia, un paesaggio lessicale di palme e gelsomini che invece nasconde povere case e miseria”.

Una storia molto siciliana ma di una Sicilia non rassegnata, non supina, piuttosto tenace. “Una Sicilia che, a dispetto di ogni vulgata popolare di maniera (…) è invece contrassegnata da grandi aspirazioni, dalla capacità di sperare, dalla forza del combattimento e da una tensione verso il miglioramento per se stessi e per la propria collettività”, sottolinea Savatteri: “Donne che sollevano gli occhi e l’intelligenza dai loro punti fitti sul tessuto, da perderci la vista, e lottano per rivendicare i propri diritti di donne, di lavoratrici, di artigiane. In Sicilia i finali delle storie spesso hanno un sapore amaro, il sapore della sconfitta; eppure le ricamatrici di Santa Caterina non sono state sconfitte, malgrado l’esito. “I loro disegni e sogni possono apparire confusi (..) ma è come vedere un ricamo dal retro: un insieme di fili e nodi senza significato che solo quando si rivolta la tela prende grazia e bellezza“.

Non si perdonò a queste donne di aver arginato lo stereotipo che le voleva docili, sottomesse, mute e obbedienti come “pupattole di cencio”. Ma “I fimmini ni sannu una chiù di diavuli” fa dire Ester a un’arguta anziana del paese; donne che lavorano tutte insieme e che tra un punto ombra e un punto rodi dato sulle splendide tovaglie, parlavano di tutto, delle gioie, degli affanni, di fantasticherie e desideri e a volte, sottovoce, canticchiavano felici. Erano considerate spesso esagitate, esagerate, troppo dure per essere donne e spesso loro stesse, nella loro quotidianità, si sentivano come pesci fuor d’acqua quando non raccattavano con pazienza parole e fatti per tessere un ordito migliore della loro vita. In quel piccolo angolo di mondo fatto di pietre e vicoli d’altronde stentavano a mettere radici nuove richieste e nuovi diritti; il paese era attanagliato dal bisogno del pane, e la carenza di lavoro metteva in secondo piano le esigenze dell’emancipazione femminile. Eppure, arriva anche lì (è il marzo del 1978) la notizia del rapimento di Aldo Moro: se ne parla ovunque, nei circoli, nei bar, nelle case e per le strade e tra le ricamatrici; tutti commentano sgomenti le notizie e la parola terrorismo incuteva paura. Tanti in cuor loro si ritenevano fortunati a vivere in quel piccolo angolo d’Italia, quasi un’oasi di pace dove, dopo i tragici fatti, si riprese la vita di sempre.

“L’aria della festa nei paesi era diversa. Non era come in città, dove c’erano vetrine sfavillanti o addobbi preziosi per le strade. A Santa Caterina, nelle vie e nei vicoli, aleggiava un profumo penetrante di zucchero e cannella di vaniglia e di canditi. Ad intervalli regolari il suono delle zampogne riecheggiava e le edicole votive erano tutte addobbate di fiori, frutti e tremule candele. Quando calava la sera, dalle finestre delle case di mattoni rilucevano mille luci colorate. Erano gli alberi di natale che erano stati allestiti in ogni famiglia. Il paese diveniva così un vero presepe”.

Da quel luogo remoto e di grande genuinità nasce una storia, scrive l’editore Ottavio Navarra, che “dimostra che più che l’esito di una battaglia è la battaglia stessa ad aver valore: Filippa e le altre, sfidando la mafia e l’arroganza del sistema maschile, hanno combattuto per la legalità e la rivendicazione dei diritti femminili e di tutti i lavoratori”.

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