Populismo di nuova generazione: da Asor Rosa con “Scrittori e popolo” alle pubblicazioni più recenti

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Scrive Antonello Ciervo: “In uno dei saggi che hanno maggiormente lasciato il segno nella critica letteraria della seconda metà del Novecento (Scrittori e popolo, Einaudi, 1965), Alberto Asor Rosa evidenziava un atteggiamento costante degli intellettuali italiani nei confronti delle masse popolari, oscillante tra due opposti poli di rappresentazione: da un lato, un approccio accademico-elitario tendente a confondere il popolo con le masse, mettendone in luce gli aspetti più regressivi e l’incapacità di ribellarsi consapevolmente agli abusi e ai privilegi di una classe dirigente corrotta; dall’altro, un approccio tipicamente piccolo-borghese, in cui il popolo viene idealizzato come portatore di valori genuini e potenzialità civiche represse dai gruppi dominanti. Questa seconda rappresentazione, osservava Asor Rosa, era propria anche di una certa cultura progressista di ispirazione gramsciana, che individuava nell’opera (teorica e politica) di Carlo Pisacane il proprio capostipite e che tendeva ad idealizzare la laboriosità e le virtù civiche dei subalterni, contrapponendole al parassitismo delle classi dirigenti”.

Questo atteggiamento bipolare nei confronti del popolo, da cui la cultura progressista del nostro Paese non sembra ancora essersi del tutto affrancata, si ripropone nel dibattito odierno sull’emersione dei populismi ma con modalità diverse rispetto al passato, proprio perché oggi siamo di fronte ad un populismo certamente diverso da quello studiato da Asor Rosa, e che pervade non più soltanto l’ambito letterario e culturale, ma la sfera pubblica in senso lato.

La questione sembra assumere in Italia connotati vaghi. All’avanzata di questi movimenti nell’agone politico si sovrappone l’emersione di un problema ulteriore che potremmo chiamare “questione giovanile”, visto che ormai nel nostro Paese la disoccupazione degli under 35 si attesta da molti anni intorno al 40% ed un’intera generazione appare incapace di costruirsi un futuro esistenziale e lavorativo stabile, preferendo (o essendo costretta ad) emigrare per trovare migliori condizioni di vita.

Questa nuova questione trova in alcune recenti pubblicazioni una formulazione teorica ben connotata, in cui il tema delle riforme economiche per far ripartire il Paese, si sovrappone alla necessità di tutelare e valorizzare il “capitale umano” delle giovani generazioni italiche emigrate altrove.

Tra i tanti lavori apparsi sul tema, di particolare interesse – per le suggestioni teoriche e politiche che sollecitano – il saggio di Raffaele Alberto Ventura, pubblicato da Minimum fax, “Teoria della classe disagiata”, e il lavoro collettivo dell’associazione “Senso comune”, curato da Samuele Mazzolini, “I giovani salveranno l’Italia. Come sbarazzarsi delle oligarchie e riprenderci il futuro”, edito da Imprimatur. Si tratta di due lavori molto diversi tra loro per analisi, approccio e proposte ma entrambi accomunati da una spietata analisi del presente.

Quello che colpisce di questi libri, innanzitutto, è che sono stati scritti da giovani intellettuali quasi tutti espatriati all’indomani della crisi del 2007, che hanno quindi subìto sulla loro pelle la grande trasformazione neoliberale del mercato del lavoro italiano di inizio millennio, trovandosi catapultati in un sistema concorrenziale privo di garanzie e con remunerazioni al limite della sopravvivenza. In verità, il saggio di Ventura si presenta come una lucida e a tratti disincantata analisi della nuova generazione di intellettuali che, cresciuti con il mito del successo facile inculcatogli dalle televisioni commerciali, si è ritrovata a vivere al di sopra delle proprie capacità economiche.

Ventura evidenzia come gli appartenenti a questa “classe disagiata” altri non sono che i figli di quella media borghesia colta e benestante che non è più in grado, con il proprio lavoro, di riprodurre la condizione economico-famigliare di partenza, oltre che di mantenere il proprio status sociale medio-borghese: generazione viziata, quindi, vittima di un’enorme illusione catodica e che oggi balbetta di fronte alla precarietà esistenziale, non riuscendo ad immaginare un futuro per sé, né evidentemente a progettare un riscatto collettivo.

“L’analisi però, per quanto spietata, resta ferma al palo: non soltanto non c’è una lettura genuinamente critica del presente, ma in più punti il lettore viene quasi sollecitato ad accettare lo status quo: meglio accontentarsi di quel poco che si riesce ad ottenere con il proprio lavoro precario e frustrante, insomma, meglio sottoporsi al principio di realtà e provare a giocare in solitaria, sfruttando al massimo il proprio “capitale umano”, il gioco spietato della libera concorrenza nell’industria culturale, perché tanto non ci sono alternative e, in fin dei conti, a ciascuno di noi saranno pur sempre concessi cinque minuti di celebrità”, sostiene Ciervo.

Ricco di rimandi letterari, in particolare alla letteratura francese di metà Ottocento, il saggio si conclude con la trascrizione del tema scolastico di un giovane Karl Marx, “Considerazioni di un giovane in occasione della scelta di una professione”, che rappresenta forse la speranza di una vagheggiata rivolta a venire e che sintetizza efficacemente la cifra dandy e un po’ decadente del libro di Ventura. In breve, ci dice l’autore, siamo una generazione di perdenti, ma se riusciamo ad esserlo con stile, almeno ci divertiremo agli “happy hour”, mentre beviamo champagne con i soldi di mamma e papà insieme ai nostri colleghi di lavoro anch’essi precari, sia in Italia che all’estero.

Al contrario, il volume a cura di Samuele Mazzolini inizia lì dove Ventura si ferma, perché piuttosto che limitarsi a svolgere una spietata analisi del presente (che pure non manca), il libro si propone come un vero e proprio programma politico ed economico: gli autori, infatti, individuano quelle che dovrebbero essere le priorità dell’agenda politica italiana e l’analisi economica la fa da padrone. I veri problemi del Paese – questa la tesi di fondo del libro – nascono dal perdurare di scelte sbagliate prese dalle nostre classi dirigenti sin dall’inizio degli anni Ottanta, a partire dal “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia, a cui si è poi aggiunta una supina sottomissione alle politiche europee di austerity, incluso il passaggio dalla lira all’euro e la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

Il progetto del volume è ambizioso e del resto gli autori dichiarano esplicitamente di perseguire un programma politico ponendosi esplicitamente sulla scia di Podemos e spazia dalla creazione di nuovi posti di lavoro da parte dello Stato, all’istituzione dei SUC (Servizi Universali per la Cittadinanza), un sistema di erogazioni pubbliche accessibile a tutti gratuitamente o comunque a prezzo popolare, fino ad arrivare alla creazione di istituti bancari di diritto pubblico – che restituiscano al credito la sua genuina funzione pubblicistica, così come sancito dall’art. 47 della Costituzione -, oltre che ad un piano di rinascita industriale alternativo alle privatizzazioni degli ultimi trent’anni.

Se una serie di questioni e nodi economici di ciò che non va nel nostro Paese appare del tutto condivisibile, tuttavia un conto è formulare delle proposte ragionevoli dal punto di vista teorico, altro è provare concretamente a scardinare lo stato di cose attuali: normalmente accade proprio il contrario cioè quanto più il cambiamento viene invocato e teorizzato a tutti i livelli della società, come una palingenesi salvifica – ce lo insegna sempre Gramsci e quanto sta accadendo negli ultimi mesi in Italia ne è una triste conferma -, tanto più il cambiamento si concretizza in termini regressivi, soprattutto nei momenti di crisi radicale e sistemica come quelli che stiamo vivendo, in cui le disuguaglianze sociali tendono ad acuirsi, ogni forma di mediazione politica parlamentare sembra saltare, la rabbia degli strati sociali più deboli monta e spesso assume connotati reazionari, se non addirittura xenofobi e razzisti.

Tuttavia la riattivazione di processi di politicizzazione della società, dal punto di vista teorico, dovrebbe sempre andare di pari passo con processi politici e culturali concreti e questo non perché si abbiano in odio gli intellettuali ed i teorici del cambiamento, ma perché senza la consapevolezza e l’esperienza della complessità dei fenomeni sociali, invocare il cambiamento rischia di essere un’attività fine a sé stessa. “Non c’è bisogno di ricordare le parole del Conte di Salina o le analisi di Gramsci sul Principe di Machiavelli” ci ricorda sempre Ciervo, “per sapere che nei momenti di crisi economica e istituzionale di tipo sistemico, invocare il cambiamento palingenetico contro le oligarchie, cavalcandolo con un linguaggio certamente più educato e con argomenti sicuramente più robusti del “vaffa” grilliano o della “rottamazione” della politica, rischia di catalizzare un consenso generazionale e sociale trasversale che legittima soluzioni tecnocratiche o addirittura reazionarie, anche se ammantate da un certo progressismo”.

Si tratta di un rischio che una società (ed una generazione) ormai stanca e comunque incapace di fare consapevolmente politica, come la nostra, rischia seriamente di correre: e quando si fa teoria, bisognerebbe tenere conto anche di questo.

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