Si può perseguire la felicità attraverso la politica? “Storia economica della felicità”, di Emanuele Felice

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In Storia economica della felicità (il Mulino, 2017), Emanuele Felice ha ricostruito la storia attraverso cui si è venuta creando una frattura fra sviluppo economico e felicità, progresso economico e dimensione etica. Si può perseguire la felicità attraverso la politica? Questa è la domanda di fondo del libro.

Molti di noi, fin dai banchi di scuola, sono stati affascinati dalle letture di storia per gli interrogativi di fondo che esse evocano, raccontano e talvolta provano a spiegare: cosa distingue l’Homo sapiens dagli altri animali? Perché l’Occidente ha dominato il mondo nel corso degli ultimi secoli? Quali sono le determinanti profonde di grandi cambiamenti come la Rivoluzione agricola o quella Industriale? Perché una collettività ha successo o declina? Le disuguaglianze erano maggiori una volta, oppure lo sono adesso? La storia ha una direzione? Le persone sono diventate più collaborative, più etiche, più felici con il trascorrere del tempo?

Secondo Emanuele Felice, la felicità è la «stella polare che orienta l’intenzionalità degli agenti, il fine che orienta le azioni umane», l’«ideale ultimo del nostro agire» e quindi «un metro di valutazione della plurimillenaria vicenda umana». L’autore sottolinea l’esigenza dei Sapiens di conferire senso alla loro vita. Ma cercare un significato e inseguire un fine, sono operazioni diverse. Per dirla con Weber, «siamo esseri culturali, dotati della capacità e della volontà di assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e di attribuirgli un senso». Se non gettiamo reti di significati sugli eventi, gli stimoli percettivi rimangono dati sensibili indifferenti e muti. Ne segue che un requisito fondamentale della condizione umana è la ricerca senza fine del significato. Non possiamo fare a meno di produrre significati nemmeno se lo vogliamo. In un famoso esperimento, il computer è programmato per generare sequenze casuali di simboli “0” oppure “1”, e ai partecipanti si chiede di prevedere quale simbolo apparirà la volta prossima: ogni persona, per formulare le proprie congetture, interpreta la sequenza come se presentasse qualche schema regolare. La mente umana traccia collegamenti tra eventi in modo da cogliere strutture organizzate che ne orientino il futuro comportamento, anche dove non esiste alcun ordine. Tuttavia, “colorare” interpretativamente il mondo non equivale a orientare i nostri comportamenti sulla base di uno o più fini: scorgere un ordine dove regna il caso, ad esempio, non equivale a stabilire che dobbiamo assoggettarci a quell’ordine. Perché è importante sottolineare la distinzione tra significati e fini? Perché gli studiosi che attribuiscono ai Sapiens un dominante intento teleologico, spesso finiscono per caratterizzare i Sapiens come “animali etici”, bisognevoli di essere orientati da valori e da ideali. Al contrario, quelli che si concentrano sui Sapiens come “animali ermeneutici”, tendono a indagarne i comportamenti in modi laicamente disincantati: come nota Ernest Hemingway, «è morale quello che ti appare buono dopo che lo hai fatto, mentre è immorale quello che ti sembra cattivo dopo che lo hai fatto».

«La felicità consiste nella capacità di coltivare una vita libera, fondata sulla qualità delle relazioni umane che contribuiscono a orientarla»: oggi, nelle scienze sociali, vi sono due accezioni prevalenti di felicità: l’una si focalizza sulle esperienze positive in quanto tali; l’altra afferma che la felicità autentica va trovata nell’autorealizzazione, in conformità al proprio vero sé. Chiamiamo felicità-soddisfazione l’una, e felicità virtuosa l’altra. I sostenitori della felicità virtuosa argomentano di solito che la loro felicità è qualitativamente superiore, che è l’unica sostenibile nell’arco intero della vita e che è l’unica in grado di creare benefici collettivi. Tuttavia, questo confronto è poco pertinente, poiché la felicità virtuosa può avere nulla a che fare con la felicità-soddisfazione: in un celebre esempio di Stuart Mill, Socrate è più saggio-virtuoso di un maiale, ma la sua maggiore consapevolezza può ridurne la soddisfazione, facendolo stare peggio dell’altro; e questo può valere anche per l’insoddisfazione di lungo periodo. Dunque, semplicemente, tra perseguimento della soddisfazione e ricerca delle virtù può non esservi nesso. Azioni poco virtuose possono suscitare felicità-soddisfazione, sia immediata che durevole. Lo osserva il protagonista del film di Steven Spielberg “Prova a prendermi” Frank Abagnale, a proposito della sua prima truffa: «Ero inebriato di felicità. Dal momento che non avevo ancora assaggiato l’alcool, non ho potuto paragonare quel sentimento a un bicchiere di champagne, ma, anche così, è stata la sensazione più piacevole che abbia mai provato».

Eppure, i dubbi sorgono non appena consideriamo l’orientamento della vita, ovvero il fine: cosa vuol dire che la felicità è il nostro fine ultimo? Significa che, tendendo alla felicità, ci autorealizziamo. Ma anche che ci si possa autorealizzare coltivando rapporti di comando e di odio verso gli altri, attizzando la gelosia propria e altrui, esasperando il narcisismo o accumulando “roba” che nemmeno si riesce a usare. La ricerca della felicità può quindi essere rimpiazzata da quella del potere o da quella del riconoscimento sociale e riguarderebbe la felicità-soddisfazione. Ma l’autore non accetta questa possibilità, stabilendo che la felicità-soddisfazione possa servire semplicemente a dare compimento e significato alla prima.

Per l’autore, l’epoca attuale è connotata dal sorgere congiunto di quattro condizioni: «uguaglianza giuridica, attenzione al sapere pratico, idealizzazione dell’arricchimento individuale e diritto alla felicità»: tali condizioni costituiscono «un nuovo paradigma, incardinato nel mondo industriale, proprio dell’ordine liberal-democratico a tutt’oggi prevalente». Se dunque l’ordine sociale moderno si forma tenendo insieme le quattro coordinate liberal-democratiche, e se la ricerca della felicità è una di esse, appare arduo comprendere le ragioni dell’«abisso fra progresso scientifico e dimensione etica, fra sviluppo economico e felicità». Infatti, quando le quattro condizioni si uniscono sinergicamente, ciascuna di esse dovrebbe essere valorizzata e il diritto alla felicità, che qui c’interessa, dovrebbe essere esaltato. Perché non succede? Dove sta la radice dell’infelicità dell’uomo contemporaneo? L’autore risponde descrivendo il dilagare dell’individualismo e il contrarsi dei rapporti interpersonali basati sulla reciprocità. D’accordo, ma a sua volta perché accade? Al riguardo, anche se vintage, secondo Bellanca, giornalista e scrittore, nessuna analisi eguaglia quella di Marx: nel capitalismo qualsiasi azione è mediata dal mercato, i beni vengono considerati non per ciò che sono (valore d’uso), ma per quello che valgono (valore di scambio). Si realizza così il conferimento alle relazioni tra persone degli attributi tipici delle relazioni tra cose (“reificazione”), oppure alle relazioni tra cose degli attributi tipici delle relazioni tra persone (“feticismo”). L’estraniazione dei rapporti intersoggettivi comporta che la realtà sociale abbia due livelli. Quello fenomenico corrisponde al denso spessore dell’alienazione, mentre quello strutturale realizza le più profonde asimmetrie di potere. Gli agenti sociali sono “infelici” non per il diffondersi di qualche ideologia inadeguata, o per avere smarrito qualche “retta via”, bensì perché hanno coscienza immediata soltanto del primo livello, essendo così incapaci di governare la realtà in cui sono immersi. Questa analisi apre a una prospettiva d’intervento che è politica, non etica. Nelle parole di Claudio Napoleoni, «non si tratta di uscire dal capitalismo per entrare in un’altra cosa, ma di allargare nella massima misura possibile la differenza tra società e capitalismo, di allargare cioè la zona di non identificazione dell’uomo con la soggettività capovolta».

Secondo l’autore, «l’ambizione sarà sostituire, nel paradigma dominante, all’esaltazione dell’arricchimento personale la valorizzazione delle relazioni umane: è la “rivoluzione etica”». In termini sostanzialmente ottimistici, egli suggerisce che stiamo assistendo ad una «trasformazione nell’etica e nella visione del mondo» volta a «ricongiungere etica e economia». Può darsi. Ma, ammesso che stia accadendo, perché i Sapiens assumono disposizioni più gentili, tra loro e nei riguardi di tutti gli esseri senzienti? L’autore risponde che i Sapiens reagiscono accorgendosi di essere infelici: è la loro crescente consapevolezza di specie e ecologica che apre alla speranza. Si tratta nondimeno di un fondamento piuttosto labile e astratto, di fronte alle ricerche secondo cui i Sapiens sono altruisti per il 10 per cento e autointeressati per il 90.

Se e finché i Sapiens nutrono passioni nessun meccanismo di estraneazione, come quello analizzato e criticato da Marx, può cancellare il mondo della vita a vantaggio dei mercati. La speranza politica sta nei comportamenti appassionati: sia quelli che assecondano le virtù, comunque qualificate, sia tutti gli altri; sia quelli eticamente virtuosi, sia tutti gli altri. La ribellione non accetta regole. È la politica, casomai, a progettare e dirigere il flusso delle passioni.

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