“Peppino Impastato martire civile”, di Augusto Cavadi

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Tra i tanti caduti per mafia, Peppino Impastato occupa un posto particolare e di rilievo. La testimonianza della sua vita – colma di fervori, progettualità, estro, ma anche di acute sofferenze e lacerazioni interiori – assume un significato esemplare, soprattutto per le nuove generazioni. L’instancabile Augusto Cavadi (instancabile nel suo impegno di saggista poliedrico rivolto su tre versanti: quello civile, filosofico, teologico), ha voluto dedicare al protagonista dei “Cento passi” (quanto può incidere un bel film sulla memoria di un uomo?) il suo ultimo libro “Peppino Impastato martire civile”, edito da di Girolamo. Ponendo l’accento proprio sull’esemplarità del suo messaggio e rivolgendosi, innanzitutto, a un pubblico di lettori delle ultime generazioni.

Con la metodicità analitica consueta, nel libro Cavadi illustra e spiega le ragioni dell’importanza della storia di Peppino Impastato.

La prima si coglie nel fatto che Impastato non si occupò di mafia per ragioni professionali, non la contrastò in quanto magistrato o poliziotto: il suo impegno contro la criminalità organizzata scaturì da motivazioni così sentite al punto di rompere con il padre e alcuni suoi parenti saldamente legati alla mafia. Per Impastato la mafia non era qualcosa di astratto, appreso sui libri o sui giornali: la mafia gli viveva accanto, infettava il sangue dei suoi famigliari. Il giovane ribelle di Cinisi conosceva direttamente i mafiosi, li incontrava ogni giorno, ne sentiva il respiro: da qui il sottotitolo emblematico “Contro la mafia e contro i mafiosi”.

A parte questo, che già di per sé rende vivissimo e intenso l’esempio di Impastato, vi sono altri motivi che accentuano gli aspetti edificanti della sua esistenza. Cavadi si sofferma, con partecipe attenzione, su come Impastato ha inteso la lotta alla mafia. Per Peppino, l’azione di contrasto alla mafia s’innestava nel suo impegno politico rivoluzionario comunista, era un tutt’uno con i suoi ideali di palingenesi sociale.

Cavadi ci ricorda come le tante iniziative promosse da Impastato nei luoghi in cui viveva –luoghi contaminati dalla mafia – erano sorrette da un progetto lucido e intelligente, oltre che lungimirante: ricomprendevano la sfera sociale e quella comunicativa (si pensi alle denunce mosse coraggiosamente da una radio libera, alle manifestazioni artistiche nel campo del teatro, della musica e del cinema). I suoi metodi si avvalevano anche della forza dirompente della satira e dello sberleffo.

Il saggista palermitano dedica un capitolo del libro alla “spiritualità laica” di Impastato, rivelata dalla sua purezza interiore, dal suo essere un uomo libero, distaccato da ogni interesse materiale.

Uno dei pregi del volumetto è l’avere messo in luce le fragilità dell’uomo Impastato, per sottolineare che chi ha dedicato e sacrificato l’esistenza all’antimafia non è un “eroe”, ma una persona come le altre. Il che ha un valore pedagogico non trascurabile: l’impegno per la legalità è prerogativa di tutti, non va delegata a superuomini.

Ciascun capitolo dell’interessante saggio è aperto da passi di scritti di Impastato, tra i quali risaltano alcune sue toccanti poesie e, a conclusione, ci sono lettere a Impastato e brevi messaggi lasciati nella casa di Peppino da gente comune. Quella gente comune a cui spetta raccogliere la sua eredità di resistenza civile, anche attraverso piccoli gesti quotidiani.

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