Periplo della Sicilia, 1000 km. Diario di un motocliclista innamorato dell’isola

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Serve un giro in motocicletta, mille chilometri e oltre, per spiaggette e paesini montani, e ci si può riconciliare con la Sicilia, Terra madre, uno dei luoghi più belli del mondo abitato da barbari e geni, noi siciliani. Il mototour ha inizio dagli scogli di Ulisse, i Faraglioni di Acitrezza, l’inquadratura benemerita di Luchino Visconti che si ispirò a Giovanni Verga e ai Malavoglia, passa per gli scogli poetici di Lucio Piccolo, il principe poeta palermitano di Capo d’Orlando, tocca le terme di Gorga ed evoca Ciullo d’Alcamo, il fondatore della lingua italiana, scivola per lo Stagnone di Marsala, la bellezza nascosta di Mazara, le spiagge celate di Empedocle e di Pirandello, sfiora Gela e il ricordo di Eschilo che qui morì, sino alla Comiso guardinga di Bufalino, quindi Pozzallo con l’arenile sotto casa e Noto la barocca, ultima sosta prima del rientro.

Il periplo siciliano s’inizia in una radiosa mattina di maggio in senso antiorario dalla nera costa jonica. Direzione Nord. Il mare a fianco, i muscoli come corde di chitarra gitana, concentrati sull’asfalto nella mente sgombra da ogni pensiero o rumore. I paesi marini dello Jonio costruiti sull’arenile nascondono l’acqua che dal blu indaco etneo si tramuta in turchese. Da questa parte dell’Isola sbucavano per secoli i saraceni, pirati o conquistatori, e la gente sicula temeva loro e di conseguenza il mare, da sempre simbolo di fatica e di pericolo. Tanto che gli insediamenti erano tutti in collina. E’ rimasto nella nostra pulsione sanguigna un misto di attrazione e di paura verso Thalatta Thalatta, come il grido trascritto da Xenofonte. Il mare, sembra paradossale, lo copriamo, con cespugli o cemento, non vogliamo vederlo.

Il sipario di case davanti alle acque si dirada sulla statale tirrenica dopo Villafranca, prima i Peloritani poi i Nebrodi scendono sino al bordo della strada in solida parete protettiva, spesso come roccia leggermente ambrata, poi come macchia verde mediterranea e arbusti di lecci e oleandri che formano tra i tornanti archi magici di frescure improvvise. L’andatura della moto è come un sensuale dondolio di altalena tra curve dolci, improvvisi rettilinei di asfalto scuro e squarci violenti di azzurro. Una gioia misteriosa pervade il mezzo di acciaio e plastica, che ruggisce ed è come se cantasse. Villa Piccolo fa improvviso capolino e vengono alla mente i filari di piccole lapidi nel cimitero dei cani, stravaganza aristocratica, gli acquarelli esoterici del principe Casimiro e la delicatezza dei versi del fratello Lucio, che piacevano a Yeats. Prima sosta a Gliaca di Piraino, un piccolo hotel costruito in modo ribaldo sulla sabbia oltre la ferrovia, i balconcini proiettati quasi sulla risacca.

La prima caletta di Cefalù appare nella cornice di tronchi e bouganville selvatica dopo forse 50 chilometri che sono un divertimento infantile, si guida con un accenno di sorriso sotto la visiera trasparente. Assieme a Taormina, Cefalù è il polo storico del turismo siciliano, un po’ più plebea della cittadina jonica, nonostante il duomo e i mosaici imperiali. Sosta dall’apiculture Carlo a Termini Imerese, che produce il miele dalle api nere di Filicudi e persino dal carrubo e dal mandorlo.

Si supera d’un fiato Palermo, magnifica e terribile, lunga la circonvallazione e verrebbe la voglia di deviare per scovare ancora un angolo inedito in quel labirinto di bellezze supreme che si mescolano a macerie. Puntiamo invece sulla zona di Alcamo per la seconda tappa serale. Qui, nelle campagne, dopo un viottolo semi sterrato nei pressi della stazione ferroviaria, sorgono le terme Gorga, con locanda e sala cena con bravo cuoco. La struttura è in parte rimodernata per l’esigenza tutta contemporanea di far sparire eventuali tracce di povertà e di modestia. E così facendo, annullare l’identità originaria dei luoghi. Le terme hanno sempre mostrato un aspetto demodè, una fisionomia quadrata ed essenziale come da impianto sovietico degli anni di Breznev.

Dopo un nuovo bagno sulfureo nella piscina scoperta e la colazione, ci si inoltra nel Trapanese, un territorio come quello ragusano, che conserva il fascino siculo antico e la continuità stretta fra spiagge e campagna, agricoltura e pesca: qui uliveti e filari di vite, lì primizie di ortaggi in serra, quasi sempre con vista mare. Per raggiungere Marsala la deliziosa, dove ebbe inizio l’Italia moderna, saliamo su per Salemi, già paese dell’iracondo Vittorio Sgarbi che ne fu sindaco e poi bocciato in malo modo. “Stanno cancellando tutto ciò che ha fatto per Salemi”, dice Rosalinda, la giovane donna che si occupa di palazzo Torrealta con grande insegna “Fondazione Sgarbi”, bassa e magnifica dimora oggi disponibile per feste, lauree e compleanni. Di fronte si erge il castello arabo-normanno e sempre nella piazza ciò che resta, ed è magia di templi lontani, della vecchia chiesa madre, smantellata pian piano da mani ignote dopo il terremoto del ’68.

Il sole al tramonto si sdraia sullo Stagnone dipingendo di oro coni di sale, visi ai tavoli dell’aperitivo, l’arenile, i mulini, l’orizzonte, tutto. Spettacolo indimenticabile tanto che sul sole che cala oltre l’isoletta di Motya ci hanno fatto un festival. Mazara poco distante è in grande smalto turistico. E siamo all’inizio. Non solo per il magnifico Satiro danzante pescato dopo millenni dalle reti di Capitan Ciccio, quanto per la magnifica piazza della Repubblica, per il piccolo e ottocentesco teatro Garibaldi, prima teatro del Popolo, i cui palchetti furono realizzati con il legno delle barche dismesse, come a dire che il mare scorre nelle vene e nel cervello dei mazaresi più che altrove nell’Isola, con la più grande flotta peschereccia italiana.

L’Agrigentino è il regno dell’abusivismo e dei rifiuti, ma anche dei meravigliosi templi e di questa magica costiera che devi andare a scovare se non sei della zona, acqua in apparenza trasparente, calette incastrate tra gli scogli, alcune solitarie in piena estate, un tripudio di natura tra Sciacca e Licata.

A Pozzallo, all’estremità della costa meridionale che guarda l’Africa, dove passiamo l’ultima notte, c’è un magnifico lungomare sotto casa e in pieno centro. Come a Milazzo e a Mazara, un larghissimo marciapiede contornato da un filare di palme lato strada scorre lungo la spiaggia, che basta uscire da casa in costume e accappatoio, abitudine sconosciuta nelle città che si affacciano sul mare. Accanto alla torre mangiamo uno spettacolare cous-cous di pesce. A pochi chilometri, il borgo di Sampieri dove girano le scene del commissario Montalbano e dove Roberto Benigni ha casa e “due, tre volte l’anno viene con gli amici”, dice un pescatore.

Ultimo tratto e ultima sosta a Noto sommersa dai turisti, dai ristorantini fin sotto le mura del principe Nicolaci e dai negozietti di souvenir che invadono le strade del centro storico e da una sorta di grattacielo che svetta con prepotenza sul più bel barocco siciliano. Simbolo isolano del contrasto tra il magnifico e l’orrido. Rientriamo a casa, sani e salvi. E più siciliani di prima.

 

 

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