“D’un continuo trambusto”, ultima raccolta del poeta palermitano Nicola Romano

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Magie della metrica. A ciò verrebbe da pensare subito dopo aver letto il poeta palermitano Nicola Romano. Infatti, nell’immediato ciò che colpisce, leggendolo, è la musicalità dei suoi versi, la cantabilità delle sue trame sapientemente ordite grazie a un laborioso scandaglio delle parole (da quelle più comuni a quelle più desuete), l’armonia del suo costrutto poetico. Poi, però, ripensando e rileggendo le sue pagine, ci si accorge che la poesia di Romano cattura non solo per le sonorità rarefatte, ma anche e ancor più per altro: l’equilibrio della forma adamantina, le eleganti modulazioni timbriche avvolgono inquietudini, malinconie, lacerazioni interiori, che fanno parte della sua e delle nostre esistenze.

“D’un continuo trambusto”, l’ultima raccolta di Nicola Romano, edita da Passigli nella prestigiosa collana fondata da Mario Luzi, conferma la singolare connotazione della sua poesia: dentro la cornice cristallina dei versi scorre la vita con le sue contraddizioni, ferite, incongruenze. Ed è un “continuo trambusto” il susseguirsi caotico dei giorni “tra questa umanità scarsa d’amore”, come anche il travaglio interiore di un’anima ingombra di sentimenti, diversi e non di rado fonti di turbamenti.

Romano è poeta della quotidianità. “E’ un poeta del concreto:con la sua scrittura, di volume in volume, ha tracciato, disegnato i contorni di un paesaggio cittadino e famigliare…spartendosi tra toni che solo con approssimazione potremmo definire civili e momenti di più evidente lirismo”, come scrive nella prefazione il critico letterario e poeta Roberto Deidier. E però il poeta palermitano, se da un lato s’immerge nella realtà di ogni giorno, dall’altro ne avverte la limitatezza, ha consapevolezza del suo essere estraneo al “caos sparpagliato delle parole senza epifania”: “La concretezza mia / non si disperde / nella mediocrità del quotidiano / o tra i budelli tronfi delle strade / dove il sozzo fluire / tracima come pioggia nei catoi/ La mia realtà / è un’utopia vagante”. E, probabilmente, da questo contrasto tra la banalità, il disordine e le atrocità (si leggano le poesie “Mattinata a Cracovia” e “Migranti”) della realtà e “l’utopia” della poesia (“l’unico linguaggio da scambiare / è con il gergo della poesia”) scaturisce questa sorta di dicotomia tra la felicità espressiva e il messaggio per nulla consolatorio della sua poesia, tra la forma appagante e il contenuto spinoso dei suoi versi; né ciò rivela inadeguatezza stilistica, ma – al contrario – la sua personalissima cifra comunicativa poetica.

Quella di Romano è una poesia colta che si confronta con la quotidianità in cui non mancano i richiami ai grandi autori del Novecento (Neruda, Pessoa, Pasolini, con cui dialoga in alcune sue poesie), o le citazioni ( “lasciatemi sostare / dimenticato e solo” che riecheggia il “Natale” di Ungaretti, “questo stracco viandare / su cocci di bottiglie” che richiama il Montale di “Meriggiare pallido e assorto”. ).

La risposta di Romano al “continuo trambusto” di una quotidianità declinante e soffocante a volte è nell’ironia ( Ah il mio corpo / messo in disparte / docile e fedele / che ambisce adesso / a confidenze nuove / e a cui dispenso / di tanto in tanto / in segno di perdono / una grigia sequenza / di sparse ecografie”, e si leggano pure i bozzetti di “Tonfi”), altre volte nell’abbandono lirico (“Se parli tre minuti / con un bimbo / che chiede dove / dormono le fate / rubagli un pezzo / anche se mortificato / del suo mondo”), spesso nell’amore per la sua donna : delicati e talora struggenti sono i versi della sezione “Supponenze amorose”.

Un’ultima notazione: Romano, “ultimo dei lirici” come lo definisce Deidier, non è affatto, come potrebbe erroneamente pensarsi, un poeta che guarda al passato, per quanto legato alla tradizione del miglior Novecento: vive nell’attualità e ne canta, con sofferenza, le antinomie.

 

 

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