Dissesto a Ragusa, la catastrofe politica delle ex province in Sicilia

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La legislatura conclusasi lo scorso anno sarà ricordata per tante cose, ma soprattutto per il flop dei Consorzi di comuni, il lascito dello Statuto speciale, che i padri dell’autonomia siciliana avevano introdotto per dare una organizzazione amministrativa più rispettosa delle prerogative dei comuni. Nel 2013 il governo regionale annunciò esultante che la Sicilia avrebbe precorso i tempi istituendo i Consorzi.

Il Consorzio di comuni ibleo, dopo una lunga agonia, ha issato bandiera bianca, dichiarando il dissesto. Immaginabile la costernazione del personale, che non riesce a ricevere gli stipendi, e il rammarico dei cittadini dell’ex provincia, che dovranno raccomandarsi alla Madonna per ottenere i servizi erogati dall’ex provincia.

La drammatiche conseguenze del dissesto saranno visibili nei prossimi giorni, a meno che non si intervenga con provvedimenti urgenti e speciali. Altrove non sono rose e fiori. Che sia capitato nella “provincia” più sviluppata e ricca dell’Isola offre su un piatta d’argento la causa del disastro: niente a che vedere con la società civile. L’imprenditoria cresce, è vivace, creativa. Nel ragusano si trovano le migliori risorse dell’Isola in ogni settore. Le burocrazie e le politiche regionali, lontane da questa realtà, l’hanno affossata.

L’episodio, tuttavia, impone di riflettere anche su conseguenze a lungo periodo. Per la Sicilia si è trattato di un autentico tradimento compiuto dagli stessi siciliani verso la loro Carta costituzionale, lo Statuto, e verso il riformismo, in senso lato, si è trattato di un colpo mortale.

L’Assemblea regionale siciliana si è messa di traverso fin dal primo momento, sulla riforma delle province, nonostante lo Statuto siciliano ne prevedesse la nascita più di settanta anni or sono.

Le Province disegnate nel Ventennio sono state difese a spada tratta da quanti hanno creduto che il cambio danneggiasse i capoluoghi a favore delle città emergenti.  Gli apparati politici e le burocrazie erano spaventate dall’idea di modifiche territoriali che avrebbero potuto incidere fortemente sulle gerarchie locali, smantellando strutture consolidate e ridisegnando la stessa geografia politica della Sicilia.

Non si è trattato semplicemente di una guerra fra conservatori e riformisti, ma di una difesa strenua dell’esistente, collaudato e presidiato da interessi inamovibili.

Una maggioranza sfilacciata, un governo debole e sfuggente, una resistenza pianificata e alla fine vincente hanno fatto sì che il cambio si svolgesse attraverso provvedimenti contraddittori, improvvise marce indietro, aggiustamenti  dannosi. Il risultato è stato che invece di allargare gli spazi di democrazia e accogliere le migliori risorse locali, le ex province sono state consegnate a burocrati regionali o a servitori dello Stato con poteri speciali, attraverso i commissariamenti, iniziati con il governo Crocetta e proseguiti con il governo Musumeci.

Non meraviglia perciò che anche i sostenitori del riformismo più spinto  e fautori della necessità di ridisegnare le politiche del territorio, oggi pensino che si stava meglio quando si stava peggio. Avere nostalgia per le province, così com’erano, insomma è più che giustificato.

La vicenda meriterebbe di essere raccontata nei libri di storia, ma non avverrà perché la Sicilia non fa storia ormai da decenni.

 

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