“Suca”, sdoganata, vola su Rai 1 con Fazio e all’università con tesi di laurea

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L’uso, invero spropositato ma anche compiaciuto, dell’espressione palermitana “suca”, di chiara origine onomatopeica, la cui oralità è in re ipsa, ha ispirato dotte disquisizioni e approfondimenti accademici, regalando alla sua ineludibile volgarità l’accesso all’accademia universitaria. Una studentessa palermitana, Alessandra Agola, 26 anni, originaria di Alcamo e palermitana d’adozione,  neo dottoressa in Scienze della Formazione, infatti, svolgendo una tesi di semiotica sul bisillabo, ha studiato con fervore e risolutezza, ogni risvolto dell’espressione “suca”, che a seconda del tono, delle circostanze e dell’interlocutore privilegiato acquista significati diversi, come uno specchio flessuoso.

L’originalità della tesi di laurea, e le sue implicazioni di becera natura, ha interessato il grande pubblico, tanto che Luciana Littizzetto, Lucianina per il conduttore Fabio Fazio (Che Tempo che fa, Rai 1), ha ironizzato sulla scelta ed ammiccato soverchio, raccomandandoci tuttavia di non sorvolare sulla sua duplice natura, in quanto significato e significante andrebbero esaminati ognuno per conto loro, pur ammettendo che corrono entrambi su binari paralleli e convergenti.

Lucianina si è divertita, come sempre, nello scoprire le finte preoccupazioni di Fabio Fazio sui contenuti del suo intervento, ma ha anche reso un pregevole servizio alla folta audience e in particolare ai palermitani, che non sempre paiono orgogliosi nell’apprendere che la loro città è affezionata all’espressione “suca”.

Più che all’autrice della tesi, spetta a Fabio Fazio ed a Lucianina Littizzetto il merito di avere sdoganato “suca”, che così, finalmente, ha attraversato lo Stretto. Non è cosa da poco, “suca” è stata (volutamente) ignorata da Andrea Camilleri, che della lingua siciliana è il sacerdote, per quanto ne sappiamo.

Purtroppo lo sdoganamento è avvenuto con una omissione. Prima che entrare nel regno accademico, “suca” è stata oggetto di attenzione da parte di Salvo Lopiparo, eccellente cabarettista palermitano, che aveva colto con qualche anno di anticipo. rispetto alla tesi di laurea della brillante studentessa, significato e significante nel suo “scordabolario”.

Lopiparo avrebbe meritato una citazione, basta riascoltare la sua “tesi” alternativa per rendersene conto (Cap. 7, Scordabolario). Onore al merito, dunque. Piuttosto che nelle aule universitarie, del resto, “suca” s’è conquistato un posto d’onore nei quartieri popolari, in specie sulle mura esterne dei manufatti appena tinteggiati, a riprova che significato e significante possono incontrarsi quando meno te l’aspetti, sulla parete esterne del palazzo difronte casa tua.

Lucianina Littizzetto ha fatto di tutto per tenere separate le due vicende, ma bisogna arrendersi all’evidenza, l’origine onomatopeica dell’espressione e la sua interpretazione, la sua oralità in definitiva, non consentono di tracciare un confine netto. Chi la usa come un insulto e chi come una sollecitazione hanno un solo modo per evitare malintesi, dare il giusto tono a “suca”. Nient’altro. Non tutti sono in grado però di adattare il tono alla circostanza ed all’interlocutore (o interlocutrice), sicché la responsabilità di cogliere il significato e separarlo dal significante ricade sul destinatario. L’errore, perciò, è sempre in agguato. Basta niente e finisce che si passa dal “suca” ai cazzotti, o – all’incontrario, dal “suca” allo scaffale, dove la tesi della giovane studentessa palermitana, è stata “postata”. A portata di mano, nel caso in cui serva ad evitare equivoci.

 

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