Sesso con allieva, prof in manette, l’esperto consiglia test psico-attitudinali

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“I colloqui psico-attitudinali  sono un aspetto che in tutte le professioni di insegnamento e aiuto  sarebbe auspicabile. Fermo restando che test di valutazione della  chimica degli ormoni e del potere non esistono”. E’ la riflessione  dello psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di  neuroscienze e salute mentale dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di  Milano. Interpellato dall’AdnKronos Salute sul caso del professore di  53 anni dell’Istituto Massimo di Roma, arrestato con l’accusa di atti sessuali con una studentessa di 15 anni, l’esperto richiama  l’attenzione soprattutto sull’importanza di istituire una sorta di  ‘bon ton digitale’ fra docenti e alunni.

“E’ fondamentale salvaguardare il rapporto alunno-docente e  viceversa”, sottolinea, “e questo non può che essere frutto di una  capacità e competenza emotiva dell’insegnante”. Nel caso in questione, precisa, “ci troviamo di fronte, da un lato, a un reato perché  coinvolge una giovane che è minorenne e questo deve togliere il dubbio su qualunque valutazione, ma anche a qualcosa che ha a che fare con  l’utilizzo oggi dei sistemi digitali. Forse varrebbe la pena di porre  particolare attenzione alla facilità dei contatti ‘social’ tra allievi e docenti”.

Questo contesto “fa sì che vengano superate un po’ quelle  inevitabili e fondamentali distanze che devono far sì che non ci sia  nessun coinvolgimento fisico e sentimentale”. “Questo non vuol dire non partecipare e  condividere, non sperimentare empatia, simpatia, interesse,  meraviglia, curiosità, ma il limite del coinvolgimento fisico e  sentimentale è un aspetto che non può essere derogato – osserva  Mencacci – In questo senso si va nella direzione del ‘sexual harassment’ che avviene nella vita adulta con altre posizioni, e  adesso le denunce in tutti i settori stanno crescendo”.

Oggi, continua, “parliamo di docenti, ma dovremmo parlare anche di altre figure come i maestri nello sport, perché situazioni di adulti  che approfittano di minorenni, cosa che rende il tutto inaccettabile,  sono diffuse. E’ importante che passi una cultura della sicurezza e  una cultura dell’insegnante che svolga il suo ruolo pedagogico, così  centrale nella crescita emotiva e affettiva degli alunni, senza nulla  togliere alla capacità di comunicazione e al saper trasmettere  interesse”, ma senza uscire dai confini. “Sta crescendo l’evidenza che questo fenomeno è molto più constatabile e diffuso di quello che si  fermava alle singole vicende o agli scandali”, complici anche i social che contribuiscono a farlo emergere. “E in questi contesti c’è sempre  l’aspetto di un esercizio di prevaricazione del potere: usufruire  della propria posizione con una persona inevitabilmente più fragile e vulnerabile”.

“Le grandi storie d’amore che hanno riempito romanzi – ammonisce lo  psichiatra – sono rarissime. La situazione più frequente è  approfittare del proprio ruolo. Quello che vediamo nella nostra scuola è che manca l’educazione all’affettività matura, che sappia guidare  quelle che sono inevitabili fantasie che in età adolescenziale  attraversano qualunque giovane. Sono fantasie legate soprattutto al  rapporto nei confronti di professori che per certi versi affascinano  per la loro cultura, ma soprattutto vanno a toccare un tasto sensibile per gli adolescenti: le rassicurazioni verso il futuro che derivano  dall’esperienza di vita del proprio docente. E’ un passaggio  fisiologico di crescita. E se l’insegnante non ha affrontato lui  stesso” e risolto “i problemi dell’adolescenza, cade nel tranello”.

“Non so quali test esistano per verificare simili aspetti – riflette ancora Mencacci – ma certo serve un’educazione  all’affettività che riporti a rendersi conto che a certi meccanismi va posto un freno, perché poi diventa un dramma per l’alunno e per  l’insegnante. Di fronte a una minorenne c’è un limite che per il  nostro ordinamento e per il nostro modo di procedere è invalicabile,  anche di fronte a sentimento che può essere potente”.        Quanto al mondo digitale, conclude lo psichiatra, “serve un ‘bon ton’  fra allievi e docenti, è bene che non usino le stesse reti social. In  ogni caso, l’idea dello scambio di messaggini con sapore individuale  va disincentivato. E poi si arriva alla proibizione che negli Usa è  diventata operativa in alcune università come Harvard e Yale dove non  è consentito avere coinvolgimenti, pena l’immediata espulsione del  docente. Nei dispositivi della pubblica amministrazione credo che un  procedimento che può portare anche al licenziamento di fronte a una  condanna sia possibile”.        (Lus/AdnKronos)

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