Ars, poveri e straricchi a contatto di gomito. Portaborse, pulizieri, consulenti. Un esercito

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Il grande Borges venne a Palazzo dei Normanni in un pomeriggio primaverile, il 21 marzo 1983, ricevuto da Salvatore Lauricella. Le Idi di Marzo, ricordai al Presidente dell’Ars. Dobbiamo preoccuparci? Chiese sorridendo. “No”, risposi, affatto. Non ho visto Bruto nei paraggi. E Nemmeno Cesare”.

Lo scrittore argentino era ormai cieco, lo accompagnava una dolce signora: i suoi occhi erano gli occhi di Borges. La coppia visitò Palazzo dei Normanni, lei raccontò ciò che vedeva. Quando concluse la visita, furono ricevuti da Lauricella, il Grande Vecchio ringraziò per avere avuto la possibilità di vedere quel tesoro d’arte che era il Palazzo dei Normanni. Usò proprio quel verbo: visto. Le mura, spiegò infatti, raccontano la storia, ed è come vederle. La grande storia si “sente”.

Credo che la sede dell’Assemblea regionale siciliana non abbia ricevuto un apprezzamento migliore. Il Palazzo ha sopportato di tutto e si è servito di tutto per sopravvivere ai potenti che l’hanno abitato. Non è che fosse stato ingiuriato, anzi: ogni potente ha fatto del suo meglio per renderlo funzionale e abbellirlo.

Quando Giuseppe Alessi scelse il Palazzo che fu dei Re come sede dell’Assemblea regionale siciliana, dopo un blitz degli americani (con qualche furto) durante l’amministrazione militare, la sorte di Palazzo dei Normanni ebbe una svolta decisiva e fortunata: è stato oggetto di cura e di costante manutenzione. Merito al merito. Ciò che però, nel tempo, i reggitori siciliani del Palazzo facevano di buono, lo hanno guastato con un uso smodato delle risorse pubbliche. Oggi Palazzo dei Normanni viene pensato come il Palazzo dei Privilegi, la casa dei furbetti, il luogo dell’io-ti-do-una-cosa-a te- e tu mi dai- una cosa – a me. E’ vero che stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni non muoiono mai, ma un fondo di verità per questa nomea c’è, eccome.

Se mi dovessero chiedere che cosa oggi rappresenta meglio le ragioni di questa immagine devastante, inviterei a porre l’attenzione sull’umiliante discriminazione fra lavoratori, sulla crescita abnorme dei privilegi di vertice, sull’espansione inarrestabile del personale, sulla lievitazione dei costi.

Vorrei scendere nel dettaglio, tuttavia, e riferirvi come stanno le cose in un contesto particolare: il personale esterno o di supporto dell’attività parlamentare. E’ qui che si sono compiuti molti misfatti a danno delle persone e delle risorse pubbliche.

Non credo che esista qualcosa di simile al mondo, nessuno avrebbe saputo pianificare una struttura così confusa e arzigogolata come quella adottata nel tempo dal Consiglio di Presidenza dell’Ars.

Un fermo immagine. Esistono cinque tipologie di personale di supporto. La prima è quella degli stabilizzati – “quasi” stabilizzati- gli assistenti storici di gruppi e deputati. Sono “nati” nel 2004, quando erano 49 e ora sono 75.La loro anzianità di lavoro varia da 10 a 25 anni. Il nucleo originario è stato allargato, man mano, nei cinque anni successivi alla nascita, con tanto di parere dell’Avvocatura dello Stato. I nuovi arrivati avrebbero dovuto essere assimilati, altrimenti, paventava l’Avvocatura, l’Ars sarebbe stata sommersa di contenziosi. Le paghe dei quasi stabilizzati variano da 43 mila a 58 mila euro (lorde).

La seconda tipologia di personale di supporto si chiama D 6, sembra la sigla di un servizio segreto britannico. Risale al Decreto Monti che istituì un parametro retributivo che non dovrebbe superare dei tetti. E’ il 2014, il secondo “forno”è costituito da 58 unità, ma il loro numero è attualmente incerto, come lo stipendio.Forse dispone di un organico di 140 persone circa. Un’esplosione. Ogni deputato può contare su un budget, circa 60 mila euro, che può usare come crede opportuno per farsi aiutare nell’attività legislativa. Ci sono deputati che hanno stipulato fino a tre contratti di lavoro (a tempo determinato), distribuendo le risorse di conseguenza, e chi uno solo; la media supera di poco le due unità.

Arriviamo alla terza tipologia di contratto, tempo determinato. Sono le unità di supporto ai componenti del Consiglio di Presidenza. Anche in questa area c’è stata una crescita del personale (nonostante la riduzione dei deputati), da una sola unità per componente del Consiglio di Presidenza si arriva oggi a sette unità. Nel caso del Presidente dell’Ars, il team è composto di 25 persone (530 mila euro l’anno), compresi ben tre giornalisti di fiducia per l’ufficio stampa.

Alla terza tipologia, aggiungo, arbitrariamente, la quarta, che sulla carta non esisterebbe, ma c’è e svolge il suo lavoro egregiamente. Il personale svolge servizi esternalizzati, come la pulizia del palazzo (una volta Affidata a dipendenti). Questi lavoratori sono gli ultimi e dovranno aspettare il Regno dei Cieli per essere primi. Un giorno di paga per un dirigente supera lo stipendio mensile dell’unità di pulizia.

Il personale alle dirette dipendenza dell’Ars non fa testo. E’ organizzato in varie categorie e responsabilità funzionali. La forbice stipendiale è molto ampia, ma la coesione è alta. Le diversità di reddito sono molto marcate, ma nessuno osa guardare l’ombelico, perché affacciandosi fuori le mura apprendono che le cose stanno peggio. Qui gli ultimi sono i primi.

Pensate,  non è cambiato niente per duemila anni: accanto agli straricchi ed agli arcipotenti a Palazzo dei Normanni vivono i miserabili, gli esternalizzati, che non contano niente e nessuno vede e conosce.

Chi avrebbe saputo fare di meglio. Anzi, di peggio.

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