Transfuga nell’Isola

0
38


Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

Delle parole mi piace il ritmo marciante: sono esse stesse il viaggio e la meta. Le parole magnifiche, le più immaginifiche mi vengono in mente camminando, le sento fatte d’aria mentre m’inerpico per sentieri ignoti. Sono eteree le parole, sono caroselli di figurine che amano il movimento e che si dileguano appena mi fermo. Come un sogno al risveglio.

Mi piace camminare controvento con un ritmo da controcanto e in aria in aria in controcorrente amare il contrappunto delle soste, i loro canoni inversi. Diventare libro aperto davanti all’avanzata del silenzio. Lasciare emergere il dono della mia irrimediabile mediocrità e trasformarla in autentico talento, essere capace di tacere, di non scrivere, di non dipingere, di non stendere sul pentagramma nemmeno una nota. Scomparire del tutto nella gloria di un sapiente anonimato senza la pietà di un abitare, senza l’azzardo consapevole di un’avventura. L’avventura è la mia Isola che attraverso, che ascolto.

Qualche volta prendo in prestito una bici e percorro un pezzo di provinciale: la strada a tratti sconnessa, coreografata da cunette e dossi non permette un’andatura sostenuta ma consente di percepire ogni minima variazione del paesaggio, ogni mutamento essenziale nel campo visivo. Proseguo evitando con accortezza le buche più profonde, i sassi più insidiosi e sento il rumore polveroso del vecchio asfalto sostenere le ruote che scivolano con discrezione alle mie orecchie assieme al fruscio di qualche lucertola spaventata, al verso di uccelli di cui non conosco il nome, al ronzio di insetti che si avvicinano curiosi, alle vibrazioni meccaniche della bicicletta e quelle assai più impalpabili dell’aria immobile che si divide pigramente al mio passaggio. Vedo i disegni simmetrici di alcune farfalle, il colore di fiori senza nome, il cielo bianco d’afa laggiù sul mare, appena striato da un flusso azzurro. Qualche volta mi fermo e mi siedo su un sasso sotto a un albero e quasi sempre un silenzio cosmico scende avvolgente come il tramonto, che traccia un filo rosa ascensionale sull’orizzonte. Chiudo gli occhi. E’ in quell’istante che cominciano a librarsi intorno ronzando parole inesprimibili, sillabe mute, messaggi che in me ha scavato il tempo, discese senza ritorni in bilico su quei vortici di silenzio, o sospensioni ad un filo di senso nel mare d’ansia d’ignoto che s’impossessa di me. Posso tremare di un freddo che non c’è o di quello che c’è come quella volta in mezzo al Baglio di Erice mentre soffiava la tramontana e sento di essere una transfuga sul barcone riva riva, una monaca di clausura, un’amante libertina della mia terra e dei suoi fogli di carta sporchi come suole che hanno a lungo viaggiato, che so amare profondamente e di cui so essere profondamente infedele tentando fughe di tempesta, ogni volta rassegnata al ritorno. In lontananza sentori di fiumare, di marine con l’alterna risonanza delle onde, il cielo pieno di nuvole solitarie che diventano ombre che scorrono veloci per le valli, lepri di vento come fiati improvvisi sul collo.

Una volta dissi a un amico che me ne andavo: non sarei più tornata in quest’Isola di solo dolore, solo tormento, solo eruttanti bocche vulcaniche. Isola stanca di catene, di avere in bocca le bestemmie di tutte le razze, di risacche di mare che portano fluorescenti schiume di poveri corpi morti. Oramai spariti pure i vecchi incubi, gli eventi spaventosi dell’antica cultura originaria che aveva creato certe raffinate ambiguità e sogni visionari, sparito il licantropo di Consolo, l’urlo bestiale che rompeva il silenzio delle notti di luna piena e creava lo spavento notturno carico di male e di maleficio, contro il quale si opponevano crudeli gesti esorcistici, ma ancora ricchi di vitalità. Guardando l’espressione del mio amico mi accorsi d’un velo d’aspro pudore che con intelligenza copriva la pietà che certo provava in quel momento verso di me: mi accorsi che al di là da quel lieve sorriso il suo volto sarebbe caduto in una pesante cupezza o si sarebbe convertito in una risata sarcastica. Invece stava tistiàndo, annuiva con la testa ma dissentiva col cuore. Tistiava perché lui era uno di quelli che in cuor suo aveva già scelto di rimanere, ma sapeva che neanche io avevo torto e nello stesso tempo avevamo ragione entrambi per il semplice fatto di essere nati in Sicilia. Il bivio sbagliato di entrambi, comunque.

Passò a prendermi uno di quei pomeriggi assolati di fine estate in cui Palermo è una città soffocante, appiccicosa, frastornante, uno di quei pomeriggi in cui l’unico conforto al caldo e alla chiassosa solitudine della città si può trovare nella poesia che per la sua leggerezza è facile da portarsi dietro di strada in strada in un incanto di parole nel vento disordinato della città, tra i monumenti e le vie assolate e sabbiose. Oppure andare via, dissipando il disgusto provocato da ciò che è troppo tristemente familiare, dall’amara consapevolezza che nulla potrà mai cambiare. Mi promise qualche giorno fuori dalla città troppo ‘sperta, Palermo, e di portarmi nella provincia babba.

Non c’era vento in quel crepuscolo, in macchina me ne accorsi con una lividezza insolita, il cielo era quasi privo della consueta luminosità e strada facendo poi si fece buio. Strano come si possa passare mille volte dalla stessa strada, guardare mille volte i rilievi cangianti di colore che accompagnano l’autostrada e ignorare per un tempo infinito le meraviglie nascoste al di là di quelle stesse montagne. Strano come si possa cogliere l’impossibilità dello sguardo, la desolata percezione della tenebra oltre il buio, l’acuto frantumarsi della forza estetica in delirante, nera sensibilità, toccando continuamente il limite tra significato e suo superamento in una dialettica muta, che si realizza nell’aporetico incontro tra bellezza, e dolore. L’intelletto, come facoltà mediata, non è in grado di raggiungere la contrapposizione tra totalità e frammento, tra mancanza di forma e suo eccesso, tutto diventa un’antitesi in cui uno dei due poli dev’essere reciso per poter dar vita a ciò che è possibile. L’anima si distacca dalla forma e prova il dolore della lacerazione avendo però la consapevolezza che questo è l’unico percorso che può condurre all’unità di realtà e parola, di assoluto e espressione d’assoluto. Tendere verso l’infinito ma non essere in grado di raggiungerlo soltanto con il pensiero o con la ragione.

Quando arrivammo e il silenzio seguito al motore dell’auto che finalmente si spense mi diede cognizione del luogo alto e solitario, uno strato di nuvole bluastre nascondeva le nascenti stelle ed un residuo di luna calante. L’altra parte del cielo era invece più nitidamente trattenuta da quei lontani punti di luce. Uno spettacolo. Espressi con passione un desiderio vedendo cadere un paio di stelle appena dietro la cometa accesa e lontana di Tindari e vedendone un’altra, tra Scilla e Cariddi, di là verso la Calabria e mi chiesi se per caso non fosse la notte di San Lorenzo, o un’altra notte magica.

Ai miei piedi si stendevano, laggiù in basso, la Marina di Patti e Mongiove e Gioiosa Marea e il grande uccello tracciato dalle luci dell’autostrada come in procinto di decollare. Buio di terra notturna e sparse luci arancioni di invisibili lampioni, chiarore diffuso dalle finestre di altrettanto invisibili case: un paesaggio astratto ed artificiale, come quello di un volo notturno, la cui realtà sembrava decrescere insieme alle sue dimensioni, rimpicciolite dalla grande distanza. Un falco volteggiava elegante in quella notte chiara d’agosto che assaporavo per la prima volta. M’immersi in quella visione, percepii l’odore dei fiori estivi, quelli che riempivano le aiuole del giardino della scuola con straordinaria anticipazione, la brezza delle coste di sassi celesti dove andavo a passare l’estate quando ero poco più che una bambina.

Sola sul ciglio dello sperone di roccia, provavo un vago senso di dominio e uno, più concreto, d’inadeguatezza: il mare era là in fondo e soltanto gli squarci di fulmini lontanissimi rendevano saltuariamente visibile la distesa traslucida e lo scoglio solitario al centro del golfo; un’estensione che sapevo limitata, nelle carte geografiche, ma che con l’occhio non poteva confinare. Era stata sempre la sponda terrestre l’explicit da cui partiva la mia constatazione del limite tangibile: più in là, logicamente, ce n’erano degli altri di limiti, ma invisibili. Forse per questo amavo sfogliare gli atlanti, guardare le tavole colorate, ricche d’informazioni su confini, città, vie di comunicazione, monti, laghi mari e fiumi. In quelle tavole non c’erano più, come nelle mappe di un tempo, territori e continenti indefiniti, se non addirittura sconosciuti; l’intelligenza dell’uomo ha trasferito l’indefinito al di fuori di questo pianeta, nei lontani spazi siderali, nello studio delle particelle subatomiche. Per fortuna venne l’uomo dei Nebrodi a trarmi dall’ansia della navigazione mentale. Mi mostrò la casa che ci avrebbe ospitati, bianca e centrale sulla strada d’arrivo, alle spalle poche altre case sempre più in alto e, oltre un solitario campanile, una fitta e aggrovigliata foresta di alberi da Signore degli Anelli, tronchi alti come il cielo e fronde che disegnavano l’universo simulandone la memoria.

Una foglia portata dal vento mi sembrò una biografia, una sua fibra una parola. Nel suo fremere il soffio di tutte le passioni umane del mondo.

Il paesaggio così silvestre e la meravigliosa temperatura notturna ci suggerirono di fare una passeggiata a piedi, prima di andare a dormire. C’incamminammo quindi oltre la casa bianca, costeggiandola verso il mare per ammirare la valle profondissima, i boschetti e gli ampi panorami a ogni curva. Ventate profumate di nepetella sembravano indirizzarci verso misteriosi anfratti ma noi ci fermammo presso un piccolo belvedere proteso sull’abisso che s’incontra lungo la strada chiamato la Rocca del Monaco, a fumare sulla panchina di pietra sotto l’immenso pino mediterraneo l’ultima sigaretta della giornata ma non riuscimmo più a muoverci da lì malgrado l’aria più che frizzante, la notte fonda, malgrado la stanchezza del giorno, e della vita.

L’abisso sprofondava a un passo da dove noi in silenzio guardavamo le strane costellazioni che azzurravano l’ignoto della vallata notturna. Un mistero grandioso e irruento ci faceva fluire con refrigerio il sangue nelle vene, che assaporavamo con voluttà misteriosa in quella coppa di silenzio purissimo e stellato. Rientrammo soltanto al mattino, dopo avere visto nascere l’alba senza alcuna fatica, come uno dei più rari momenti di grazia mai vissuti prima. Prima di andare mi soffermai ancora a guardare quello spettacolo aereo, quei confini dove il grande mare si confonde col cielo nelle nebbie che Pizia chiamava il polmone marino, una cosa in cui, dice, la terra, il mare e tutti gli elementi rimangono sospesi.

Solo qualche giorno ancora, poi un paio d’ore d’autostrada, una sosta all’autogrill di Termini per prendere un caffè, e avrei ritrovato la solita, vecchia città, il solito viale della Libertà con i suoi alberi, il suono regolare del bastone di Sciascia che lentamente la percorre sempre nel mio ricordo, il vento di Lo Iacono tra le foglie verdi e le nuvole, l’improvvisa e circolare apertura di piazza Politeama coi suoi cavalli sul tetto del teatro eternamente imbizzarriti. Era stata una delle mie scomparse irrimediabili che quanto le precedenti era riuscita a farmi riprendere il contatto con l’idioma autentico della vita e con una forza profonda, non per le parole che avevo guadagnato ma per quelle che avevo perduto.

Intanto era ancora l’ora della bellezza della solitudine, gli alberi mi erano cresciuti nel petto, mi erano entrati nelle mani, la linfa mi era salita dentro ai rami che crescevano fuori di me come braccia. In città giungerò domani, pensavo: intanto, continuo a sognare parole indicibili galleggianti negli spazi siderali della mia Isola.

Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.


LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome:

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.