“Il partigiano bambino. La storia di Gildo Moncada”

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Placido, gentile, saggio, sempre disponibile a donare consigli, gli occhi azzurri che irradiavano serenità e ponderazione. Così ricorda Gildo Moncada chi, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, frequentava i circoli del Pci dell’Agrigentino.

Gildo Moncada è stato un dirigente del Pci, tra i tanti che nelle province italiane avviavano e appassionavano alla politica moltissimi giovani (le scuole di partito d’un tempo, di cui oggi si ha nostalgico ricordo), ma merita di essere ricordato anche e soprattutto per altro: la sua partecipazione, giovanissimo (appena sedicenne), alla Resistenza.

A rievocarne la memoria ci ha pensato il figlio Raimondo Moncada, autore di opere teatrali e romanzi umoristici, col libro “Il partigiano bambino. La storia di Gildo Moncada”, edizioni Ad est.

Ne valeva la pena, perché la vita di Gildo Moncada è stata straordinaria nella sua pienezza ed esemplare per le generazioni a venire.

La famiglia Moncada, antifascista da sempre, quando scoppia il secondo conflitto bellico, si trasferisce da Agrigento in Umbria, e lì il piccolo Gildo partecipa alla lotta di liberazione dal Nazi-Fascismo. Affrontando tutti i pericoli che la resistenza armata comporta, entrando nel vivo, in prima linea, di cruente battaglie. Al punto di procurarsi una grave ferita alla gamba destra, che lo porterà alla mutilazione di quell’arto.

Il libro di Raimondo Moncada ripercorre le vicende umane del padre – peraltro, grafico e pittore non privo di talento – in cui s’intrecciano la storia individuale con quella collettiva, talvolta con toni commossi. Arricchisce il volume il corredo fotografico dedicato, oltre che alla Resistenza, all’uomo Gildo Moncada nei suoi profili famigliari, di artista e di attivista politico.

Una pagina di storia, quella di Gildo Moncada, che testimonia l’impegno e il sacrificio di chi si è battuto senza esitazioni e rischiando in prima persona per consegnarci un paese democratico. Una storia, quella scritta in queste pagine, già di per sé intense e ravvivate dall’affetto filiale dell’autore, “da distribuire nelle scuole…da leggere nelle orecchie di chi marcia spedito in un’epoca che ci vorrebbe convincere che i nostri anziani siano storie da maneggiare con tenerezza e cortese compassione”, come scrive Giulio Cavalli nella sua partecipe prefazione.

 

 

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