Happy end, si sposano. Fiori d’arancio per Di Maio e Salvini. Berlusca resta sul sagrato

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In linea di principio si potrebbe definire un film con happy end. Merletti e dispetti, poi il matrimonio. Chi ha perse le elezioni il 4 marzo resta fuori dal governo. Chi ha vento entra a Palazzo Chigi. La svolta è arrivata dopo l’annuncio di Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato aveva rotto gli indugi e anticipato la costituzione di un governo di servizio, neutrale, composto da uomini e donne senza etichette. Avrebbe traghettato il Paese al voto e retto fino a quando le Camere avrebbero voluto.

La reazione è stata aspra e immediata da parte dei vincitori, Lega e M5S, che hanno subito comunicatoi il loro dissenso. Niente governo tecnico, non si torna indietro. Meglio le urne, subito.

Poi, però, è scoppiata la pace fra Di Maio e Salvini che fino a qualche giorno prima se l’erano date di santa ragione. Recitavano una parte e sottobanco preparavano la svolta?

Può darsi. Non pochi credono che il dialogo fra Lega e 5 Stelle non si sia mai interrotto, e che una cosa era il copione recitato per il pubblico ed un altro quello studiato in stanze riservate.

E’ stato il governo neutrale a mettere le ali al governo bipolare? Forse, ma non solo. Tornare al voto avrebbe rappresentato una incognita anche per i grillini, dopo una dimostrazione vistosa d’impotenza. Nella nuova campagna elettorale avrebbero dovuto ammainare la bandiera della solitudine e puntare al 51 per cento. Troppo.

Per capire meglio occorre coinvolgere Silvio Berlusconi nella partita. Il centrodestra si spacca, ma l’alleanza non si rompe. Il veto grillino sul Cav tiene, ma la Lega resta ancorata saldamente al centrodestra. Salvini ringrazia Berlusconi per il passo di lato. Ma Forza Italia non voterà la fiducia. Il centrodestra perciò reciterà due parti: quella dell’opposizione, con gli azzurri, e l’altra, governativa, con i leghisti.

A Berlusconi è affidato il compito di marcare ad uomo i grillini al governo, e di non lasciare soli, nel ruolo di oppositori, i dem, finalmente pacificati grazie all’intesa fra i vincitori. Soluzione furba?

La strambata del Quirinale, comunque sia, ha dato una accelerazione alle trattative sottobanco fra Salvini e Di Maio, anche se quest’ultimo tiene i piedi sul freno. Ancora c’è tanto da fare prima di cantare vittoria, avverte. Insomma, potrebbero sorgere problemi, in tal caso alle urne senza indugio.Una spada di Damocle sul capo del Cav, che grazie ai sondaggi si è persuaso che andare alle urne subito avrebbe comportato un salasso per gli azzurri, cannibalizzati dagli alleati leghisti.

Sull’altro fronte, il PD, il problema inverso: i sondaggi non premierebbero i dem. Palazzo Chigi non è addomesticabile. Non basta l’entusiasmo dei neofiti a fare girare la macchina secondo i desideri del pilota e la rotta annunciata agli elettori.

 

 

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