Chi ha paura dell’opposizione? Da Andreotti ai post-comunisti

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In questi anni difficili il Pci al governo ha fatto bene“. Risate e applausi in platea all’Eliseo per il lapsus di Walter Veltroni. Paolo Gentiloni va in soccorso all’ex segretario Pd avvertendolo e Veltroni commenta:”Però sarebbe stato difficile perché il Pci al governo non c’è mai stato. Noi invece apparteniamo alla generazione che ha portato la sinistra al governo”.

Post comunisti figli di una vocazione di governo e i comunisti figli di una vocazione di opposizione? C’è chi crede, e lo scrivente è fra questi, che il Pci all’opposizione abbia governato più dei post comunisti a vocazione governativa. Un paradosso? Forse, ma fino a un certo punto.

La linea spartiacque fra governo e opposizione la stabilì  mezzo secolo fa Giulio Andreotti asserendo in una circostanza ancora ignota, ma di sicura rilevanza, che il potere logora chi non ce l’ha. Deve essere per questa ragione che Walter Veltroni, ispiratore e cofondatore del Partito Democratico, assegnò al nascente schieramento politico la vocazione di governo. Veniva dall’esperienza comunista consumata nella rivoluzionaria stagione berlingueriana, segnata da tentativi di spezzare la celebre conventio ad excludendum  fare ingresso senza complessi di colpa nella stanza dei bottoni. La compagnia della comunità post democristiana proveniente dalla Margherita, con alcune eccezioni, gli avrebbe inoltre regalato  uomini e donne con la testa e il cuore a vocazione governativa.

Giulio Andreotti poteva essere indigeribile come maestro d’armi, ma i suoi insegnamenti erano semina che aveva dato molto frutto, schiere di proseliti, generazioni di uomini politici.

Con questo bagaglio politico e culturale il Partito Democratico nasce e oggi affronta la questione del governo: se e fino a che punto accostarsi ai vincitori delle politiche, il M5S, che lo ha designato come il partito di riferimento nella formazione del nuovo esecutivo.

Ammainare la vocazione governativa dal pennone più grande o sottostare al destino cinico e baro che costringe a bere l’amaro calice dell’alleanza proposta dall’avversario più velenoso? Una scelta lancinante per i dem, dove monta di giorno in giorno la preoccupazione che una opposizione lunga quanto la legislatura, come vorrebbe Matteo Renzi, giudicato con disinvoltura il più democristiano dei democristiani iscritti al PD, conduca alla sterilità politica e quindi all’irrilevanza.

Da Renzi, autenticamente post- democristiano, avremmo dovuto invero aspettarci un’alchimia che giustifichi la permanenza nella stanza dei bottoni, trovarlo lontano dagli irriducibili assertori dell’opposizione, pronto a presidiare un’attesa pilatesca. Vengono invece dai settori ex Pci, prevalentemente e con cautela, un’ansia di partecipazione e la paura dell’irrilevanza e conseguente estinzione. Stare fuori dal governo, questa l’equazione, farebbe correre il rischio di essere dimenticati: solo che fa le carte, decide in prima linea, ha gli strumenti per sopravvivere. Il potere, appunto, logora, chi non ce l’ha.

E’ la seconda, forse più grave anomalia, che tradisce una stagione straordinaria della storia politica italiana, segnata dall’opposizione governativa e rigorosa del Pci. Un capolavoro di abilità e di ambiguità, che fece superare senza danni il dopoguerra. I comunisti hanno governato l’Italia stando all’opposizione, con tanta abilità e intelligenza, da essere “pensati” come alternativa al governo  anche quando il governo adottava o preparava ad adottare le ricette che, attraverso il sottobanco, o le piazze, guidate dal sindacato, venivano suggerite dall’opposizione di sinistra. La genetica non mentisce sulla successione ereditaria, i post comunisti non possono ripudiare il ruolo dell’opposizione, tacciandolo di irrilevanza, con un bagaglio culturale così autorevole e riconoscibile alle spalle. A meno che gli eredi del Pci non si trovino altrove, e non nel PD, a combattere su un fronte ancora più sterile, ed a quel punto a rischio di estinzione, le loro battaglie politiche.

Il problema non è la scelta dell’opposizione, o della mezza-opposizione, declinata attraverso sapienti alchimie affabulatorie e i trucchi regolamentari, ma il ripudio dell’opposizione come ruolo politico nelle aule parlamentari. Che cosa sarebbe la democrazia parlamentare azzoppata di una delle due gambe, l’opposizione anticamera dell’irrilevanza? Le Camere dispongono di una normativa intesa a salvaguardare il diritto di vigilare, criticare, contraddire, esprimere il dissenso, proporre soluzioni alternative, suggerire indirizzi di governo, attraverso l’ampia attività ispettiva.

Non vorremmo banalizzare la questione, che resta di natura prettamente politica, ma la cosa sta proprio in questi termini: l’opposizione non è affatto l’Aventino con la quale viene infelicemente, ed interessatamente, assimilata. L’opposizione resta una forma di governo che talvolta, con la forza delle idee e la giustezza dei propositi, riesce a battere la tirannia dei numeri, senza nulla togliere alla volontà degli elettori.

Il PD può decidere in definitiva ciò che vuole, ma non può derubricare l’opposizione a mero atto di presenza, a meno di non punirsi nel più doloroso dei modi, la castrazione.

 

 

 

 

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