Prof, in pensione da 66 anni e 7 mesi a 67 anni

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“Il Documento di Economia e Finanza, approvato in forma ‘tecnica’ per la mancanza dell’esecutivo, conferma quello che il Governo Gentiloni aveva avallato da mesi: dal prossimo 1° gennaio la soglia di accesso alla pensione di vecchiaia passera’ dagli attuali 66 anni e 7 mesi a 67 anni. Un balzo in avanti di cinque mesi, che fanno dell’Italia il Paese piu’ severo di tutti in fatto di pensioni. Il gap che si sta creando e’ sempre piu’ grande. Fa scalpore, poi, il fatto che ci siano delle professioni, come quella dell’insegnante, che si continuano ad annoverare alla stregua delle altre. Mentre le cose non stanno cosi’. Chi opera nella scuola, vale anche per il personale Ata, non puo’ rimanere in servizio anche da anziano: a 60-62 anni, un lavoratore che opera quotidianamente con i giovani in crescita ha la necessita’ fisica di andare in pensione”. Lo ricorda l’Anief, che aggiunge: “Svolgendo un lavoro di relazione, chi opera nella scuola accumula infatti un grado di stress che alla lunga puo’ sfociare in disturbi se non in patologie: lo dicono i piu’ autorevoli studi in materia, come lo studio decennale ‘Getsemani Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti’. Da una ricerca piu’ recente – realizzata su larga scala, utilizzando quattro questionari, volti ad indagare diversi ambiti problematici connessi con lo sviluppo della sindrome di burnout – risulta che oggi piu’ che mai il ‘lavoro educativo’ e’ un ‘ambito professionale particolarmente esposto a condizioni stressogene’, soprattutto tra i docenti piu’ giovani e caratterialmente fragili o emotivi”.

Oltre confine lo sanno bene. Vale un dato su tutti: in Europa, in media, un insegnante lascia la cattedra a 63 anni. In Francia ancora prima, perche’ si consente ai docenti di andare in pensione a 60 anni, al massimo a 62. In altri, come la Germania, con circa 25 anni di insegnamento si permette di lasciare il lavoro. Come se non bastasse, va ricordato che ammesso che si riesca ad anticipare l’accesso al pensionamento, questi docenti percepiranno in media un assegno pensionistico ridotto, rispetto al 2011, fino all’8%. In Italia si continua, invece, a fare finta di non capire: l’Ape Social l’anticipo pensionistico, fino a circa tre anni e mezzo, finanziato con un prestito pagato non da banche ed assicurazioni (come nel caso dell’Ape normale), ma direttamente dallo Stato, e’ rimasto relegato ad una quindicina di professioni, inglobando, nel settore piu’ esposto al rischio burnout, solo i maestri della scuola dell’infanzia.

“Non c’e’ volonta’ – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – di introdurre una manovra che tenga conto della realta’. Quella di un’altissima percentuale di lavoratori della scuola costretti a rimanere in servizio, convivendo con patologie da stress che possono sfociare in vere e proprie malattie croniche, anche invalidanti o peggio ancora. Quello dell’alta incidenza di malattia psichiatriche ed oncologiche tra chi opera nella scuola e’ un dato scientificamente rilevato, che non puo’ continuare ad essere ignorato per meri motivi di cassa pubblica”.

“Purtroppo – continua Pacifico – nemmeno il Documento di Economia e finanza contiene quella ‘finestra’ da noi invocata per il restante personale della scuola, dopo l’approvazione della norma che ha definito gravoso il lavoro delle sole insegnanti dell’infanzia. Andando avanti in questo modo, inoltre, ne’ si sblocca il turn over ne’ si annulla il gap generazionale tra alunni e discenti. Si sta riuscendo nell’impresa di fare peggio della riforma Fornero con l’aspettativa di vita che diventa l’alibi per andare in pensione sempre piu’ tardi. Di questo passo, arriveremo a breve a lasciare il lavoro a 70 anni”, conclude il sindacalista Anief-Cisal.

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