Cassazione, i “bamboccioni” non vanno mantenuti. Se non cercano lavoro

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Il genitore non è tenuto per sempre al mantenimento del figlio se questi, raggiunta una età avanzata, non si dia da fare per trovare un lavoro. Questo il principio stabilito dalla Corte di Cassazione con la recente ordinanza n.22314/2017. La Corte di Appello di Roma, in difformità da quanto stabilito dal Tribunale, aveva revocato il contributo di mantenimento della figlia maggiorenne posto a carico del padre divorziato , rilevando che erano venute meno le relative condizioni, non essendosi la figlia trentacinquenne neppure attivata per la ricerca di un lavoro successivamente al compimento del diciottesimo anno di età e non essendo affetta da patologie che ne riducessero la capacità lavorativa.

Avverso tale pronuncia proponeva ricorso per Cassazione la figlia sostenendo la infondatezza della richiesta di revoca del contributo di mantenimento da parte del padre non avendo la Corte valutato le ottime condizioni economiche di quest’ultimo il quale era titolare di diversi fabbricati e terreni ed aveva acquisito beni in via ereditaria.

I giudici della Cassazione, investiti del ricorso, ritenevano, ai fini del decidere, del tutto irrilevanti le condizioni reddituali del genitore, occorrendo invece accertare la sussistenza o meno delle condizioni per la permanenza dell’obbligo di corrispondere il contributo di mantenimento per la figlia (tretacinquenne). Osservavano in proposito che nel giudizio di merito era stato accertata la complessiva condotta personale tenuta dall’interessata dal momento del raggiungimento della maggiore età, caratterizzata dal mancato impegno per la ricerca di una occupazione lavorativa, accertamento di fatto compito dai giudici di merito che non poteva essere rivalutato dalla Cassazione giudice di legittimità. Affermavano infine che correttamente i giudici di Appello avevano fatto applicazione del principio secondo cui l’obbligo del genitore separato o divorziato di concorrere al mantenimento del figlio (nella specie di 35 anni) perdura finchè il genitore interessato non dia prova che il figlio sia stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente, senza avere però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta. Per questi motivi il ricorso della figlia veniva rigettato.

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