Inchiesta parlamentare su Via D’Amelio. Troppe anomalie, serve verità. E Fiammetta…

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Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, ha taciuto finché ha potuto. Le è stato insegnato – forse ce l’aveva nel DNA – che bisogna confidare nello Stato e avere fiducia nella giustizia. Ma quando la magistratura nissena, con l’aiuto di Gaspare Spatuzza, ha demolito 17 anni di indagini “accurate”, e sei processi con univoca sentenza di condanne all’ergastolo per sei innocenti, Fiammetta si è fatta molte domande, ed ha esternato tutti i suoi dubbi sulla conduzione dell’inchiesta che ha “coperto” a lungo le responsabilità degli esecutori dell’attentato di Via D’Amelio, dove ha perso la vita il padre ed i suoi agenti di scorta.

Dubbi che non sono venuti solo a lei, naturalmente, ma che in lei hanno provocato il bisogno, irrefrenabile, di vederci chiaro sulle disattenzioni, gli errori giudiziari, la leggerezza, in talune circostanze, con cui si è indagato. Fiammetta Borsellino si è persuasa, e noi con lei, che la verità ancora non è stata scoperta e che quei diciassette anni “opaci” abbiano favorito i mandanti del crimine ed i loro compari, magari altolocati.

Questo bisogno di verità è stato più volte illustrato, con un corollario di elementi utili; in talune circostanze – quando le domande hanno preteso risposte dalle toghe – le sue parole sono diventate pietre. Che, però, finora sembrano essere state depositate in uno stagno.  Non c’è stata alcuna iniziativa, concreta e riconoscibile, che abbia il compito di fare un ripasso serio degli eventi e dei protagonisti della storia. Sembrava invero che dopo la “requisitoria” pronunciata al CSM,  Fiammetta avesse riscaldato i cuori, ma non è così, almeno per quanto ci riguarda. Quando si è sfiorata qualche responsabilità, in termini di negligenza, le cronache hanno pubblicato la versione dei protagonisti. Ed è finita lì.

Fiammetta non demorde, e fa benissimo. Di recente, su invito del Consiglio regionale del Veneto, ha ripetuto le sue ragioni, aggiungendo, tuttavia, un dettaglio di non poco conto. Il “Borsellino quater” non è stato oggetto di attenzione, ha sostenuto. Una verità sacrosanta.

Per quale ragione? I fari sono stati accesi, questa è la nostra ipotesi, sul “processone” di Palermo, la trattativa Stato-Mafia, che offre dei dividendi di natura politica (non solo), perché sul banco degli imputati ci sono ex ministri ed ex alti ufficiali dei carabinieri. Una occasione ghiotta per ristabilire le gerarchie dei poteri.  La vecchia nomenclatura è stata già pesantemente sanzionata, peraltro, a conclusione delle requisitorie dei PM, con ben novanta anni di carcere (sei dei quali proposti per Nicola Mancino, imputato di diffamazione aggravata dal concorso mafioso, una rfichiesta senza precedenti; 15 per il generale Mario Mori ecc).

I media si sono fiondati sul processone fin dal primo giorno. Le sue carte hanno ispirato film, talk, fiction ecc, e nel suo complicato viatico hanno regalato agli italiani le confidenze del Capo dei capi, ristretto nel carcere di Opera. Una montagna di notizie, di varia origine e veridicità accanto a fatti sepolti dal tempo, che hanno alimentato la fame di verità e sensazionalismo (e talvolta, diciamola tutta, di vendetta sociale dell’opinione pubblica, che non ama la casta per svariate e non del tutto scorrette motivazioni) .

Ebbene, il processone palermitano si è preso tutta l’attenzione, con la sfilata di testimoni eccellenti, che hanno permesso di ripassare la storia di mezzo secolo di mafia (peraltro abbastanza nota), mentre il “Borsellino quater” che processava – indirettamente – gli errori giudiziari, è uscito di scena all’inglese, senza fanfare, dopo avere fatto il suo dovere, confermando l’innocenza degli…ergastolani.

Non sappiamo che Parlamento nascerà il 5 marzo, ma qualunque sia la geografia politica, dovrebbe affrontare la questione, assumendosi la responsabilità diretta di una inchiesta parlamentare. C’è un precedente confortante, l’inchiesta parlamentare sulla morte del “parà” siracusano, Emanuele Scieri, condotta con puntiglio e maestria da una deputata siciliana, Sofia Amoddio. Il lavoro d’indagine della Commissione parlamentare ha convinto la Procura della Repubblica di Pisa a riaprire il dossier.

Le donne sono risolute. Abbiamo un sogno, che Fiammetta Borsellino e Sofia Amoddio intraprendano insieme la strada della giustizia e della verità. Paolo Borsellino e i poliziotti periti con lui, lo meritano. E gli italiani, pure.

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