Vittorio Sgarbi riscrive la breve storia della permanenza nel governo Musumeci

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Quando devo scrivere di Vittorio Sgarbi ho l’animo dilaniato: da una parte il pessimismo della ragione e dall’altra l’ottimismo dei sentimenti. Non è proprio così, ma qualcosa di simile. Il fatto è che Vittorio mi fa simpatia come tutti i geniacci che incontro, fosse anche sul piccolo schermo. Agli uomini brillanti e intelligenti conservo una specie di corsia preferenziale. Quando c’è da bacchettarli non uso il nerbo e nemmeno le piume, ma qualcosa che sta in mezzo. E siccome ho anche una vena moralista che è nata insieme a me e mi si attacca allo stomaco, il livello di rigetto è alto quanto quello dell’affetto verso il fratello minore, discolo e sconsiderato.  La sto facendo lunga, ma la questione merita di essere preparata come si fa come un piatto di pasta con le sarde. Se le sarde sono a mare, come l’intelligenza di Vittorio  che si prende una pausa, il piatto deve piacere lo stesso, in maniera da stare in pace con me stesso.  Non ci avete capito niente, per fortuna. Non so come districarmi, infatti.  Devo scrivere di Vittorio Sgarbi che avere abitato il limbo delle dimissioni lunghe da membro del governo regionale siciliano – alla stregua dei personaggi carismatici che sono costretti a stare in vita anche dopo essere morti (Tito, Franco, Lenin ecc),- trova modo di smentire se stesso giorno dopo giorno.  Dovrei insultarlo per questo? No, non lo faccio. E’ questa platealità, insensatezza, scarrozzo del pensiero, che me lo rende simpatico a differenza dei moralisti boriosi che si danno aria di guardare tutti dall’alto in basso e poi si fanno trovare con le mani nella marmellata (antimafiosi in servizio permanente effettivo ecc). Allora, Vittorio se ne va in Toscana e parla della sua esperienza siciliana. Lo fa attraverso una intervista nella quale elenca tutti coloro che in Sicilia gli hanno lasciato una buona impressione. Li promuove, li esalta, gli regala la stella delle buone pratiche.  E’ come se avesse scritto sulla lavagna, per incarico del maestro, la lista dei buoni. Nessuna menzione per i cattivi. Chi non è nella lista dei buoni è come se fosse bollato con un voto cattivo. Come abbia fatto l’intervistatore a seguirlo nel lungo elenco delle persone per bene, competenti, che per fortuna ci sono nell’isola altrimenti non saprebbero i siciliani come cavarsela.  Fin qui, niente di male, a parte la curiosa circostanza di trovare tanti nomi che non hanno proprio dato l’impressione di stare in cima alle considerazioni dei siciliani. Salvo una amica di un mio amico Gabriella Capizzi, che fa parte della fureria, ma è brava, buona ed ha una fede assoluta in Sgarbi. Non crederebbe nemmeno sotto tortura che Vittorio possa sbagliare una virgola… Una parentesi, prima di andare al dunque. Mi chiedo come abbia fatto l’intervistatore a raccogliere in tempo reale la lunga schiera dei buoni e bravi. E come abbia fatto Vittorio a dimenticare che su qualcuno, che sta molto in alto, pochi giorni fa abbia espresso giudizi non proprio commendevoli.   Mettiamoci nei panni di chi pende dalle labbra del professore, cioè Vittorio Sgarbi, e sia contagiato dai suoi umori, la schizofrenia se non ce l’ha, se la fa venire. A quel punto infatti, accanto all’Io diviso, c’è anche Vittorio che cambia opinione con il mutare del vento. Se soffia il grecale, va bene, se c’è scirocco sono guai e così via.  Comunque sia, una cosa è certa. Vittorio non se n’è andato. E’ entrato in Parlamento ma non ha lasciato Palazzo d’Orleans, dove l’hanno voluto vicino come consulente. Musumeci ed il successore, Sebastiano Tusa, pare che non possano farne a meno.  Se ne dubitate, vi prego di farvi un esame di coscienza. Lo lascereste a ruota libera, con le armi in pugno, uno come Vittorio, cui avete magari fatto un torto? E’ capace di prendere in mano il vostro ultimo scritto e leggerlo mentre svuota quel che ha nello stomaco davanti ad una telecamera insieme al testo.

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