Fuoco e fiamme, la Sicilia torna a guidare la classifica degli incendi nel mondo, dopo la Grecia

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Fuoco e fiamme, la Sicilia torna a guidare la classifica degli incendi nel mondo. Dietro solo alla madre patria, la Grecia,  le terre della Magna Grecia. Puntuali come un  orologio svizzero, i roghi partono dai soliti noti: sempre gli stessi siti, come San Martino delle Scale e Casteldaccia, o Castellammare del Golfo. Il Palermitano  può contare su una autentica vocazione, insieme all’area del trapanese.

Ma stavolta ci sono delle varianti, come Caltagirone e il catanese con cinquanta richieste di intervento nel giro di poche ore dalla Timpa di Acireale a Val di Catania, ma anche Mineo. Nemmeno in Canada, uno sterminato pianeta di boschi, riesce a venirci dietro.

Nonostante la prevedibilità, ci facciamo trovare sempre impreparati, come se il destino cinico e baro ci colpisse alle spalle, tradimentoso e maligno.

I fuochi vengono attizzati dagli uomini e aiutati dalla natura. Nel primo caso bisogna distinguere fra delinquenti e cretini. I delinquenti agiscono per conto proprio o conto terzi, i cretini non hanno padroni, fanno danno a se stesi e agli altri.

La Sicilia riserva però qualche sorpresa, dsal momento che le fiamme nascono generalmente nei terreni di proprietà privata, che non sono curati, non subiscono manutenzione e basta un niente per partire il rogo.

Sono in azione tre Canadair della Protezione civile e dieci elicotteri, uno dell’aereonautica militare e sei al soldo della Regione che spende una valanga di quattrini l’anno.

E siccome al peggio non c’è mai fine, i siciliani sono cornuti e mazziati: la stagione degli incendi è accompagnata da una informazione che mette in mostra la singolare condizione di una Regione che assegna grande rilevanza ai cosiddetti “forestali”, il cui numero dovrebbe costituire un presidio di sicurezza. Non solo, le retribuzione del personale appartenente a questo comparto impegnano il Parlamento regionale per un numero di ore che supera ogni altro settore pubblico.

In materia di prevenzione non si spende niente, né nel settore pubblico né nel privato; si spende una valanga di quattrini per i mezzi antincendi e la riparazione dei danni ed il rimboschimento.  Larga parte dei costi affrontati dalla Regione interessano i terreni privati, dove l’assenza di manutenzione produce i maggiori danni.

Se gli interventi dei mezzi antincendio avessero un costo per i privati che non hanno esercitato la prevenzione, e se i piromani finissero in galera si otterrebbe qualche risultato.

Pochi giorni fa, grazie alle indagini dei carabinieri, un pensionato messinese è finito in galera per avere procurato danno ambientale. Aveva acceso il fuoco nel suo terreno, non era riuscito a controllare le fiamme e non aveva segnalato l’incendio per il timore di doverne rispondere. Con il risultato che le fiamme hanno divorato ettari di macchia mediterranea. Le manette hanno fatto vibrare di soddisfazione mezza Sicilia. Ci mancava che si brindasse con lo spumante.

Il problema non si risolve solo con la repressione in ogni caso, ma con un’autentica rivoluzione nel settore: non è lasciando intoccabile la natura che la si salva, ma coinvolgendo quanta più gente possibile. Più che appelli al buonsenso e alle buone pratiche, occorrono uomini e donne che con la natura incontaminata ci campano. Sorvegliando il verde, salvaguardano il reddito.

 

 

 

 

 

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