La maturità è decoubertiniana, basta partecipare. E farsi l’esame…di coscienza

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Anche quest’anno il numero dei candidati “maturi” ha sfiorato l’en plein. C’è stato, anzi, un miglioramento, seppur lieve, rispetto allo scorso anno, che è quanto dire: l’imbuto era stretto, non c’era spazio perché i candidati si migliorassero. Quindi, niente di nuovo: la maturità resta un esame asl quale ci si avvicina con l’animo in pena e dal quale ci si allontana con l’idea di non avere fatto niente di eccezionale.

Ciò che è cambiato, rispetto allo scorso anno, è il tema dello scontato “confronto” fra i commentatori. Finora era prevalso il dissenso verso i commissari sudisti di larga manica, che distribuiscono generosamente punteggi da primi della classe. Quest’anno il dissenso dell’èlite degli editorialisti si è concentrato piuttosto sul numero, davvero strabocchevole, di centisti, candidati che hanno conseguito la maturità con il punteggio di cento o più di cento. Sono troppi, osservano i più severo. E “regalando” simili pagelle non si fa un bene agli studenti, che non sono educati ai parametri più realisti della “società”. Ad astra per aspera, insomma, altrimenti non si capisce niente.

Personalmente, ritengo che questo dibattito non tenga conto della generosità con la quale si ottiene la maturità: I giudizi si sono spostati più avanti. I commissari, la scuola in generale, pretende meno che in passato è diventata decoubertiniana: basta partecipare e si è fatto il proprio dovere. La mia severità risente, naturalmente della esperienza maturata da studente e docente (nella mia precedente vita), la scuola del “sei meno meno” e del “cinque e mezzo”, quella che lasciava sull’uscio migliaia di studenti che “s’impegnano ma non troppo”. Un esercito di ragazzi normali che non si affannavano più del necessario per conseguire risultati eccellenti.

Essendo altissimo il numero dei maturi, è del tutto giustificato che ci sia un gran numero di centisti: il voto è lo strumento che fa la differenza, non resta altro. Non mi meraviglia, né mi scandalizza il fatto che ci siano tanti potenziali premi Nobel nella scuola italiana, mi pone interrogativi piuttosto la distanza fra la qualità della scuola italiana, scadente, che emerge nelle prove Invalsi, e i risultati, eccellenti, della maturità.

Come andavano le cose prima? Intanto l’ammissione all’esame costituiva una prima selezione che lasciava fuori coloro che, ad avviso dei docenti, non sarebbero stati in grado di affrontare la prova. Questo sbarramento giustificava l’alto numero di maturi. I ragazzi da “sei meno meno” non erano lasciati indietro, venivano ammessi. In dubbio pro reo. E l’apprensione, l’ansia, la tensione erano più che giustificate, bravissimi compresi.

Nostalgia per quella scuola? Nemmeno per idea. Ma sarebbe utile fare un esame vero, quello di coscienza, da parte di chi supera in surplace la maturità.

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