Siciliani, umiliati ed offesi. Dalla Consulta. Il governatore va alla guerra

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La Corte Costituzionale ha sentenziato che il Parlamento regionale siciliano non aveva il potere di fare quello che gli pare in materia di elezione delle amministrazioni provinciali, le ex province oggi chiamate Liberi consorzi. Nessuno che avesse in qualche conto i soldi del proprio portafogli avrebbe scommesso un euro sull’accoglimento del ricorso formulato dalla Regione siciliana, che avrebbe voluto una elezione diretta, con voto dei cittadini, degli amministratori provinciali. Il pessimismo era giustificato da una regola, che le regioni non potessero legiferare in contrasto con le leggi nazionali. Di fatto, intendiamoci, è stato sempre così, anche se nessuno sembra essersene accorto, ma stavolta c’era anche la norma a preparare la “disfatta”. Del Parlamento regionale? Dei suoi rappresentanti attuali? Dei cittadini elettori? Dell’autonomismo, ormai morto e sepolto? Dei coriacei sostenitori del voto, costi quel che costi?

Una immaginaria classifica dei bisogni della Sicilia non vedrebbe l’elezione diretta degli amministratori provinciali al primo posto, semmai troverenno il reset dei compiti, funzioni e poteri dei liberi consorzi, che hanno cambiato nome e sono rimasti nel limbo, senza soldi al punto da non pagare nemmeno il personale dipendente.

Perché, allora, si battono come un sol uomo, con tutta la grinta e la tenacia di cui sono capaci, i sostenitori dell’elezione diretta, dal momento che, comunque sia, le cose restano quelle che sono, sia che gli amministratori vengano scelti dal popolo, o eletti fra i sindaci e i consiglieri del libero consorzio?

Nello Musumeci è uno dei più sfegatati sostenitori del voto diretto. E’ stato Presidente della Provincia di Catania e conserva di quella esperienza politica una inguaribile nostalgia. L’Assemblea regionale è in maggioranza conservatrice come Musumeci, non ha mai voluto che si cambiasse nulla delle province, così come sono state istituite nel Ventennio fascista, nonostante la Sicilia sia profondamente cambiata e i vecchi capoluoghi, in alcuni casi, contino molto meno delle città che amministrano.

Il centralismo provinciale (esiste accanto a quello regionale e statale…) ha sempre vigilato sugli assetti attuali. Modificare il territorio potrebbe mettere in discussione gli equilibri politici degli apparati intermedi. Le burocrazie regionali e statali, l’associazionismo, il sindacato, tutto quanto dovrebbe essere resettato.

Ci sono inoltre buoni motivi perché per questa sentenza, nella sostanza, non ci si strappi i capelli. L’elezione diretta avrebbe richiesto un costo, naturalmente, e la permanenza di apparati (segreterie e quant’altro), che bivaccano attorno agli amministratori.

Accade che il Presidente della Regione prenda cappello e giudichi il respingimento del ricorso addirittura come una umiliazione, un’offesa, fatta al popolo siciliano, che sarebbe stato spogliato di una legittima prerogativa, quella prevista dall’art.15 dello Statuto speciale della Regione siciliana.

La carta “costituzionale” siciliana è diventata ormai un cimelo storico. Musumeci si è accorto che la Sicilia non conta niente ed è legittimamente furibondo. La sua comprensibile indignazione lo induce a far valere le prerogative dello Statuto portando fuori dai confini nazionali la vertenza con lo Stato con un ricorso alla Corte UE (se glielo consentirà l’Ars).

La sentenza della Corte Costituzionale non è la causa del colpo di accetta, forse definitivo, allo Statuto, ma l’effetto di alcune condizioni concomitanti: la debolezza politica dell’Isola e l’uso scorretto dello Statuto come strumento per barattare provviste e rivendicare privilegi. I primi a non credere nella specialità autonomista sono stati, nel tempo, i rappresentanti delle istituzioni siciliane.

Rispetto al passato, la Sicilia oggi, per ragioni geopolitiche internazionali, conta infinitamente di più, grazie ad un apparato energetico, comunicazionale e militare che nel fanno il centro nevralgico del Mediterraneo (fibre, gas, petrolio, basi, Muos ecc).

In definitiva, il rispetto per “la plurisecolare vocazione autonomista”, rivendicata da Musumeci, non è una battaglia che si vince davanti alla Corte UE, ma in Sicilia, anzitutto, e poi a Roma, mettendo in conto, accanto alle norme statutarie, il valore del contributo isolano a favore del Paese, dell’Europa e della sicurezza internazionale.

 

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