Via D’Amelio, la verità da una Commissione parlamentare d’inchiesta

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Fiammetta Borsellino denuncia da un anno, e sempre con maggiore forza, e ogni volta con nuovi inquietanti risvolti, il Grande Intrigo che ha preceduto e causato la morte di suo padre e degli agenti di scorta in Via D’Amelio. La sua voce non è rimasta inascoltata, Fiammetta ha ricevuto attestati di stima, considerazione ed unanime apprezzamento. Ma l’ascolto è servito solo a fotografare il grumo delle infamie. Sei processi  hanno condannato imputati innocenti, il settimo, a Caltanissetta, in Corte d’Assise, è riuscito a far arrivare in superficie i tradimenti, le menzogne, le superficialità, gli errori, le omissioni che hanno favorito il depistaggio più ignobile della storia giudiziaria italiana.

Ci sono oggi investigatori che stanno cercando, nella sentina dell’antimafia, indizi e prove che conducano alle responsabilità e si traducano in notizia di reato. E c’è una donna, Fiammetta Borsellino, che punta il dito contro i nemici del padre e della giustizia. Non li elenca con nome e cognome, ma è come se lo facesse. Senza toglierne nemmeno uno dal mazzo.

Il timore, non senza fondamento, è che al di là dell’indignazione e della operosa ricerca della verità, della voglia di giustizia e di verità, Fiammetta Borsellino, restando nel contesto della giustizia ordinaria, non possa andare più in là. La nostra convinzione è che la vicenda meriti un pulpito ancora più alto e provvisto di poteri larghi e concreti e che non ci sia altra strada perseguibile a questo punto. Il pulpito non può che essere offerto dalla massima istituzione della Repubblica, il Parlamento, attraverso una Commissione parlamentare d’inchiesta, composta da deputati e senatori e abilitata a svolgere le funzioni dell’autorità giudiziarie e provvista di una struttura idonea, dotata cioè di investigatori e consulenti.

Potrebbe essere la Commissione nazionale antimafia ad assumersi il compito di indagare in ogni settore, dai servitori dello Stato agli uomini ed alle donne potenti del Paese? Sì, potrebbe, ma non sarebbe la soluzione migliore per due ragioni: la Commissione nazionale antimafia  risponde a norme e contesti politici che ne restringono fortemente l’operato, come abbiamo potuto sperimentare in occasione delle recenti consultazioni (regionali e nazionali), durante le quali ci si aspettava che la lista degli impresentabili diventasse il vangelo per i partiti. La seconda ragione è più semplice ma non meno rilevante: l’Antimafia nazionale una una vasta agenda da rispettare, e Via D’Amelio pretende attenzione, tutta per sé.

L’istituzione di una Commissione d’inchiesta viene generalmente accolta con scetticismo, un sentimento giustificato da molte esperienze concluse con un nulla di fatto, o quasi, e con le consuete relazioni di maggioranza ed opposizione, che lasciano le cose come stanno. Ma c’è un precedente importante, e recente, che offre uno spiraglio all’ottimismo, la Commissione Sceri, presieduta da una deputata ed avvocata siracusana, Sofia Amoddio, la quale è riuscita a fare luce su un cold case, la morte sospetta di un militare in circostanze inquietanti nella caserma dell’Areonautica Militare di Pisa. L’inchiesta è uscita dalle sabbie mobili e sono stati individuati episodi e personaggi coinvolti nella morte del parà, persuadendo la Procura di Pisa a riaprire l’inchiesta, di fatto archiviata.

Ciò che non era stato possibile ai magistrati, l’ha ottenuto la Commissione parlamentare. E’ pur vero che la Presidente, Sofia Amoddio, è stata un formidabile irriducibile inquisitore, e che la Commissione ha lavorato con passione ed alacrità, a differenza di altre Commissioni, ma resta il fatto che il Parlamento ha dimostrato che la verità può essere cercata e trovata anche fuori dalle aule di giustizia, specie se ha il compito di esaminare l’operato delle toghe e delle forze dell’ordine.

Deve essere la politica, insomma, a farsi carico della verità. Una volta tanto. E’ un modo, per la politica, di riprendersi la fiducia dei cittadini.

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