75 anni fa gli angloamericani sbarcavano in Sicilia. Liberatori, nemici, amici dei boss o…

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Nella notte del 10 luglio di 75 anni or sono si riversarono sul golfo di Gela, da Licata a Vittoria, circa mille navi americane. Iniziava l’invasione della Sicilia, decisa in gennaio ad Algeri, dagli angloamericani, su proposta del Premier britannico, Winston Churchill. Le casematte sulle coste, ancora oggi visibili sulle dune di Gela, e non solo, provano che le Forze dell’Asse avevano considerato anche questa scelta strategica del Nemico, anche se la consideravano improbabile: l’Isola appariva lontana dalla grande guerra in corso nel Nord della Penisola e del Continente.

All’immensa flotta americana toccò lo sbarco sulla costa meridionale della Sicilia, agli inglesi la costa orientale. E’ prevalsa la versione di una invasione “facile” per gli americani, e di una battaglia sanguinosa e difficile per i britannici. Rose e fiori, insomma, ai “paisà”, soldati siculo o italo americani, che avanzavano fischiettando e mangiando pop corn, una dura resistenza dopo lo sbarco britannico sulla costa orientale. Il trattamento di favore, anche questo fa parte della vulgata generale, sarebbe stato propiziato da una regia mafiosa che parte dal Porto di New York, dove Lucky Luciano controllava i traffici illegali e legali, e arriva a don Calò Vizzini e compagnia bella.

Michele Pantaleone ha dedicato al ruolo dei boss saggi e ricerche, riuscendo a persuadere perfino alcuni storici, pochi invero: le grandi firme tuttavia negano la partecipazione della mafia alla battaglia di Sicilia. I negazionisti sono stati sempre in minoranza. La presenza leggendaria dei boss ha ricevuto una grande attenzione, anche per ragioni politiche: lo zampino della mafia in Sicilia servì ad inquinare sul piano dell’immagine il nuovo potere dell’antifascismo “bianco”. Ci sono stati, però, fatti obiettivi di cui tener conto: lo stato maggiore americano affidò comuni importanti della Sicilia ad alcuni vecchi boss della mafia. Cercavano antifascisti, e sceglievano i boss.

Su questi temi il dibattito è ancora aperto. Anche in queste ore vengono proposte delle nuove prove, ancora una volta inconfutabili, di un legame fra i servizi americani, messi in campo da Delano Roosvelt, e le famiglie di mafia siciliane, legate con un cordone ombelicale, a Cosa nostra americana.

Ci sono, comunque, documenti che provano una certa spregiudicatezza dei Servizi statunitensi nell’arruolamento degli “alleati” siciliani (indigeni e d’America), e ci sono uomini dei servizi che diedero vere e proprie regole d’ingaggio a banditi e mafiosi. Ma quando mai in guerra si guarda in faccia il nemico o l’alleato? Il bandito Salvatore Giuliano, su questo non esistono dubbi, fu sedotto con la promessa che la Sicilia sarebbe diventata americana, formalmente o meno, e che la sua fedina penale sarebbe stata ripulita. Fu l’Operazione Lure, esca in inglese, ed è un evento documentato.

Un’altra questione è rimasta aperta, anzi più d’una. La guerra facile degli americani e la loro bonomia verso il nemico, che tanti indizi e prove sembrano negare. In realtà sulla piana di Gela venne combattuta una delle più aspre battaglie del dopoguerra: la Divisione Livorno, Regio esercito, si battè con accanimento e fu distrutta da forze soverchianti. L’idea che non le truppe d’invasione non avessero dovuto imbracciare le armi nasce dal fatto che Gela non fu bombardata. I cannoni delle navi sul golfo sparavano sulla pianura, mai una bomba raggiunse l’abitato di Gela. Con una sola eccezione, il pontile sbarcatoio, che fu spezzato in due per evitare che fosse usato dai difensori.

Anche la bonomia del generale Patton, comandante in campo delle Forze Usa, è oggetto di dibattito: ci sono episodi incontrovertibili che la smentiscono, e fonti autorevoli che addirittura gli addebitano l’ordine di non fare prigionieri.

Esperti e storici continuano ancora a cercare fra le carte e gli omissis la verità, ma a distanza di 75 anni una ricostruzione attendibile e completa dell’Operazione Husky, lo sbarco in Sicilia, non è stata ancora realizzata. Si discute perfino sulla definizione dell’esercito di occupazione: soldati liberatori o nemici?

Il sacrificio di migliaia di soldati italiani della Divisione Livorno avrebbe dovuto suggerirci di superare almeno questo dubbio. I soldati italiani, in larga parte molto giovani, si fecero ammazzare perché ritenevano che combattere gli “invasori” facesse parte del loro dovere, così come al Nord tanti altri ragazzi salirono in montagna per combattere il nazifascismo e ridare democrazia all’Italia, dopo il Ventennio fascista.

 

 

 

 

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