Stragi, da Caltanissetta un’altra storia d’Italia, dopo le fumate grigie di Palermo

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interni Palermo 19-07-1992 Strage di via D'Amelio nella foto: la distruzione provocata dall'esplosione di un'autobomba in via D'Amelio, attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e alcuni membri della sua scorta


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Caltanissetta riscrive la storia d’Italia. E la storia diventa cronaca, istituzioni malate, politica inquinata, tradimenti, misteri, slealtà, crimine. Grazie ad un uomo solo, Gaspare Spatuzza, ed alcuni personaggi grigi, ambigui, che Spatuzza ha trascinato con sé, senza volerlo e senza saperlo. In fondo al tunnel c’è la seconda Repubblica, il suo concepimento, i peccati originali, gli enigmi e gli sconcertanti fatti che ne hanno caratterizzato la nascita. Tutto sembra emergere, venire in superficie, passo dopo passo, grazie ad inquisitori determinati, tenaci, decisi a dare al Paese la verità. Gli italiani hanno diritto di sapere come è nata l’Italia d’oggi, chi l’ha conquistata e con quali mezzi, che cosa l’ha fatta diventare brutta e cattiva.

La rivoluzione degli anni Novanta non ha ripulito l’aria, l’ha resa ancora più fetida. Otto detenuti condannati all’ergastolo hanno scontato, senza colpa, dieci anni di galera. Alcuni di loro, tre, hanno confessato delitti che non hanno compiuto e “incastrato” altre persone con loro. Poliziotti, magistrati inquirenti e giudicanti per quasi quindici anni hanno indagato e giudicato, convincendosi della loro colpevolezza.

I comportamenti degli investigatori – servizi e poliziotti – sono stati dapprima giudicati ineccepibili, in una fase successiva contestabili, quindi discutibili tanto da suscitare interrogativi sull’operato di Arnaldo La Barbera, funzionario apprezzato nella sua lunga carriera, capo della forse de frappe incaricata di scoprire gli stragisti, infine una setenza ha giudicato criminosa l’attività degli investigatori, colpevoli, secondo l’accusa, di avere depistato le indagini.

Un’immagine d’archivio che mostra la scena dell’attentato in via D’Amelio nel quale rimase ucciso il magistrato Paolo Borsellino nel 1992. Il funzionario dell’Aisi Lorenzo Narracci, indagato dai pm di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi mafiose del ’92, e’ stato riconosciuto dal pentito Gaspare Spatuzza, durante una ricognizione, come ”il soggetto estraneo a Cosa nostra visto nel garage mentre veniva imbottita di tritolo la Fiat 126 usata nell’attentato al giudice Paolo Borsellino”.
ANSA/ARCHIVIO

La morte di La Barbera ha segnato una svolta, sulla figura del questore il giudizio è cambiato anche grazie a Gaspare Spatuzza che con le sue rivelazioni ha ha fatto cadere il castello di bugie che per 15 anni aveva depistato le indagini e fatto ricadere su degli innocenti la responsabilità della strage di Via D’Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino ei suoi angeli custodi.

Noi siamo fra quelli che abbiamo dato a Vincenzo Scarantino, personaggio chiave del depistaggio, il ruolo che sarebbe spettato ad un minchione messo in mezzo da furbastri miserabili. Ci siamo chiesti da subito come si facesse a credere in Scarantino e come si potesse, sulla base delle sue rivelazioni, condannare per ben sei volte delle mezze tacche senza arte né parte, figure di secondo piano, autentici manutengoli nel mondo variegato e crudele di Cosa Nostra. Mai e poi mai a personaggi di tal fatta Cosa nostra avrebbe affidato una missione così delicata e piena di rischi.

Le cose sono andate come sappiamo fino alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza e la nuova inchiesta svolta dalla Procura di Caltanissetta, al tempo del Procuratore Lari. Nella famiglia Borsellino, inoltre, c’è stata una rivolta contro i responsabili deii clamorosi errori ed omissioni compiute nel corso delle indagini, una rivolta che ha avuto per protagonista la figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta.

La Corte d’Assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater ha ribaltato le sentenze, e sulla base del lavoro, scrupoloso, compiuto dai due PM, Stefano Luciani e Gabriele Paci, ha espresso il convincimento che i depistaggi non siano stati il frutto dello zelo e dell’ambizione di investigatori spregiudicati e in carriera, ma di una pianificazione delle indagini tendente a coprire mandanti ed esecutori della strage. Una attività criminosa la definisce con severità la sentenza della Corte d’Assise nissena, che getta un’ombra sul ruolo di Arnaldo La Barbera, il Questore cui fu affidata l’inchiesta.

Ci sono buoni motivi per essere lieti che finalmente si sia percorsa, pur con tanto ritardo, la strada della verità, ma resta un rammarico: il presunto colpevole, il presunto depistatore, Arnaldo La Barbera, non c’è, è morto anni or sono, e non può difendersi e dire la sua. Questo non l’assolve in linea di principio, ma lascia unaltra impronta opaca, ancora una, sull’anomala conduzione delle indagini. Ora la pista La Barbera viene “battuta” da nuovi investigatori, che passeranno a setaccio l’attività svolta dai collaboratori del funzionario, con l’intenzione di arrivare alla testa dell’acqua.

Seguiremo con trepidazione questo lavoro, convinti che la strage di Via D’Amelio non sia stata depistata soltanto da presunti “compari” degli stragisti, ma anche da insospettabil personaggi, magari in perfetta buona fede, che hanno trasferito a Palermo, sulla Trattativa Stato Mafia, l’attenzione dell’opininione pubblica.

Giustizia è fatta, dunque? No, non è così. Comincia ora la ricerca della verità. Perché tre uomini sani di mente decidono di subire una condanna all’ergastolo per colpe che non hanno commesso? Perché poliziotti, magistratura inquirente e giudicante in tutti i gradi giudizio, non hanno avuto dubbio alcuno sulla loro colpevolezza? Che cosa li ha fatti sbagliare tanto clamorosamente, l’ansia da prestazione o un depistaggio perfettamente eseguito e studiato a tavolino?

Ed ancora: se Gaspare Spatuzza ha detto la verità, ed ormai non ci sono più dubbi che sia così, tanto da scagionare otto uomini condannati all’ergastolo per la strage di Via D’Amelio, perché non sospettare che altre sue rivelazioni, a cominciare dalla nascita “criminosa” della seconda Repubblica, siano vere? Una cosa è certa: il depistaggio è il bandolo della matassa, e c’è chi conosce la verità per avere partecipato alla pianificazione dgli eventi.

Se la trattativa fra lo Stato e i boss Riina e Provenzano getta una luce sinistra sulle istituzioni, il patto scellerato fra boss e apparati deviati dello Stato avrebbe dato copertura ai mandanti delle stragi e racconterebbe un’Italia governata e giudicata dai suoi figli peggiori.

Il contesto è cupo. Una notte di Halloween lunga e orrida. Gaspare Spatuzza e Stefano Lo Verso raccontano dei nuovi padroni d’Italia che di lì a poco, al tempo delle stragi, avrebbero conquistato lo Stato e assicurato amicizia e protezione alla nuova mafia, quella dei fratelli Graviano che avrebbe dovuto prendere il posto dei corleonesi. Fra il 1992 e il 1994 il vecchio establishment – servizi e mafie incaricate del lavoro sporco – è stato smantellato dalla caduta del muro di Berlino, mentre Maastricht muove i primi incerti passi sulla strada dell’Europa forte con la moneta unica, si sbriciola il quadro politico della prima Repubblica, il salotto buono della grande industria cede il passo alla grande finanza e le banche cambiano padrone e ragione sociale. E c’è un capo decina di San Cataldo, tale Messina, che rivela un piano di Cosa nostra, fare nascere un partito nuovo che sostituisca i vecchi ormai bolliti schieramenti e permetta alla nuova mafia di dirigere l’orchestra dal podio, non più attraverso amici e amici degli amici.

E’ in questo contesto che si complotta, si intriga, si fanno attentati, si uccidono i servitori dello Stato più leali e pericolosi, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

 

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