Legislatura salva grazie all’ok sul collegato, l’inquietante felicità di Musumeci

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L’approvazione del collegato alla finanziaria, un provvedimento di routine, ha messo le ali a Nello Musumeci. A giudicare dalle dichiarazioni “a latere”, nel corso dell’esame del ddl, il governatore si sente come il capo della spedizione sulla vetta dell’Everest che ha infisso sulla cima la bandiera italiana, tanto cara. Forse di più: il suo giubilo, seppur contenuto, ricorda l’umore dell’astronauta che ritorna dall’insidioso pianeta marte “se l’Ars non fa le riforme, tutti a casa” – e torna sulla terra.

A meno che non abbia ascoltato giuramenti sulla Bibbia dagli sherpa, il malo tempo è ormai passato e tutto scorrerà liscio come l’olio, non c’è niente che giustifichi lo stato di grazia procurato dall’approvazione del collegato alla finanziaria.

L’unico colpo d’ala che il documento ha regalato al governatore è la fusione di due istituti di credito, il Crias e l’Ircac, un matrimonio che fa nascere l’IRCA, la nuova famiglia. E’ come se il sindaco traesse boccate di ossigeno dal rito nuziale, dopo avere registrato mille contratti di matrimonio, e attribuisse all’ennesimo rito il valore di deus ex machina.

Evidentemente qualcosa non funziona. Nello Musumeci è uomo avvertito e con i piedi a terra, sa calibrare moniti e piccole esplosioni di soddisfazione. Può darsi che, al pari di ogni essere umano, il contesto avarissimo di buone pratiche, lo faccia stravedere per il collegato approvato dall’Ars. Resta il fatto che la navigazione appare affidata alla quotidianità, altro che riforme, e ad una coalizione, il centrodestra, tradimentosa, al di là dei proclami e delle rassicurazioni.

La felicità, contenuta invero, di Nello Musumeci potrebbe essere suscitata dall’abbandono dell’Ars di uno dei componenti più incontrollabili, Cateno De Luca. I numeri risicati di Sala D’Ercole conferiscono ad ogni deputato il diritto di disporre a piacimento delle sue opzioni. In mano ad un personaggio così variopinto e geloso della sua indipendenza, questo diritto diventa un ostacolo con cui misurarsi giorno dopo giorno.

Resta però sul perimetro Vincenzo Figuccia, l’altro solista di successo del centrodestra. Ci fosse stata una sindacatura anche per lui, a portata di mano, la felicità di Nello Musumeci sarebbe completa.

La materia, comunque, è complessa. A Messina, dove Cateno si è scatenato, è stato strabattuto il candidato caro a Musumeci, che oggi trae giovamento dalla sconfitta. E l’Aula non vive le sue giornate inquietanti a causa della vivacità dei due globetrotter. Ci sono gli altri che, sotto coperta, e senza fare scruscio, tengono il loro quaderno de doleance sempre aggiornato da esporre a Palazzo d’Orleans alla vigilia degli appuntamenti che contano. Poi c’è il drappello, non folto, degli anti-Miccichè, quelli che nel recente passato hanno rappresentato il bisogno che il Presidente dell’Ars si liberasse dell’ingrato compito di coordinare Forza Italia in Sicilia, essendo questo delicato incarico una tentazione per chi lo ricopre restando al vertice del Parlamento: bay passare chiunque e decidere le sorti del partito e delle vicende istituzionali con una telefonata al suo dirimpettaio di Palazzo d’Orleans.

In conclusione, le cose stanno esattamente come le ha rappresentate il governatore quando ha lanciato il campanello d’allarme prospettando il ritorno anticipato a casa. Con una eccezione, però. Sarà più difficile per Musumeci suscitare preoccupazioni la prossima volta, ove dovesse avere in animo di minacciare un’altra fatwa contro la legislatura. Aveva il poker d’assi, ora può bleffare con un tris d’assi.

 

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