Cento miliardi inghiottiti dalla corruzione in dieci anni. Ecco il bollettino di guerra

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C’era una volta “la casa di vetro”. Era perorata da un folto numero di amministratori e governanti, veniva annunciata solitamente nei primi giorni di attività del nuovo governo o consiglio di amministrazione. Restava una perorazione, niente più che un auspicio, perché conviveva, non casualmente, con la regola dell’arcana imperii, cioè la stretta sorveglianza di informazioni ed notizie che dovevano restare all’interno del Palazzo. Piuttosto che il vetro, fascicoli, provvedimenti, atti e scelte venivano protette da spesse mura, quelle che a Palazzo dei Normanni hanno permesso di tenere in piedi per secoli il Palazzo che fu dei Re.

Il percorso della trasparenza, evocato dalla prof.essa Maria Cristina Cavallaro, docente di Diritto amministrativo dell’Università di Palermo, segna con  la precisione del droghiere la storia, alterna e faticosa, della lotta alla corruzione in Italia, essendo la trasparenza l’arma più efficace contro corrotti e corruttori.

Quanto emerge da uno studio di Unimpresa sui costi della corruzione sembra riferirci che la strada è ancora lunga e che accanto agli indubbi passi avanti si sono registrati i passi indietro. La marcia del gambero?

Negli ultimi 10 anni, la corruzione ha “mangiato” 10 miliardi di euro l’anno di prodotto interno lordo per complessivi 100 miliardi in un decennio. Le aziende che operano in un contesto corrotto crescono in media del 25% in meno rispetto alle concorrenti che operano in un’area di legalita’. E, in particolare, le piccole e medie imprese hanno un tasso di crescita delle vendite di oltre il 40% inferiore rispetto a quelle grandi.

Dal tempo delle “case di vetro”, che conviveva con gli arcana imperii, all’obbligo di pubblicità ed esibizione di qualunque atto della pubblica amministrazione, sono cambiate, in meglio, tante cose. Sono nati istituti di partecipazione dei cittadini, si è instaurata gradualmente una flessibilità nel campo della trasparenza che ha regalato alla pubblicità degli atti un  a priorità rispetto al diritto di riservatezza dei dati personali, divenuta per tanti anni l’ultima spiaggia degli arcana imperii, la riservatezza della pubblica amministrazione.

Il primo passo utile, suggerisce la prof.essa Cavallaro nella sua relazione al seminario dedicato alla Corruzione, ad Agrigento (organizzato dal Libero Consorzio), è stata la norma che negli anni ’90 ha previsto l’accesso ai documenti quando ricorreva una necessità, un interesse rilevante, che giustificasse l’esibizione degli atti. Ma fu, come si suole dire, una contentezza in sonno, dato che a decidere sulla rilevanza o meno dell’interesse, sarebbe stata la pubblica amministrazione, generalmente arroccata su posizioni tradizionaliste, a prescindere dall’attitudine o volontà di combattere la corruzione.

Il passo successivo fu rappresentato dalla considerazione che l’accesso agli atti dovesse essere considerata la regola e il veto, invece, una eccezione. Ma siamo sempre all’interno di una questione di principio, o quasi Meglio che niente, comunque, la flessibilità cominciò a prendere piede, mantenendo una forte tutela dei diritto alla riservatezza dei dati personali, la linea Maginot.

L’altro step, importante, è costituito dal principio di bilanciamento assegnato alla P.A. : nell’istanza di accesso l’interesse generale prevale sulla tutela della riservatezza. Ed è a questo punto che hanno la meglio, e nascono senza grandi ostacoli, gli istituti di partecipazione.

Ancora un passo avanti e arriviamo alla pubblicità degli atti, una normativa che prescinde dagli interessati e prevede l’accessibilità totale (è il 2009) , che permette l’adozione di uno strumento di monitoraggio del ciclo di gestione. E’ forse a questo punto che si esce dal tunnel, con la partecipazione del cittadino al percorso che migliora l’efficienza della P.A.

La trasparenza, infatti, è un’arma che agisce su due campi, quello della corruzione e l’altro, i processi di gestione. La mappatura dei processi, ricorda la prof.essa Cavallaro, permette l’individuazione delle aree di rischio ed migliora l’efficacia della P.A.

Se il cittadino fa sentire la sua voce, ed ha gli strumenti per farlo, gli effetti sono sicuramente positivi. L’accesso civico è l’antidoto ideale contro la mala amministrazione.

Tutto bene, dunque?

Ci sono ancora sacche di resistenza. Il problema del bilanciamento, ricorda la docente, resta nelle mani della P.A, che decide il da farsi, per esempio, sul web. Il percorso, insomma, è ancora ambiguo.

 

 

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