La beatificazione dei sindaci? Nei comuni siciliani in dissesto la meritano

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Ha fatto bene Sergio Mattarella a dare ai sindaci la prima fila nel giorno della festa della Repubblica. Quei signori con la fascia tricolore sono l’architrave su cui poggia lo Stato, la pietra angolare su cui si realizza una dignitosa convivenza civile, il terminale di ogni istanza popolare. Lo Stato, il governo, i Ministri, la Regione, il Libero Consorzio sono un’astrazione, il sindaco è una persona in carne ed ossa, che ha nome e cognome e  può essere avvicina, redarguito, punito, complimentato, mandato a casa e giudicato ogni giorno.

L’attività di un sindaco viene valutata dai risultati concreti che riesce a raggiungere. Se uscendo di casa troviamo il mrciapiede malconcio, è a lui che pensiamo, immediatamente, ma se il traffico scorre regolarmente e il bus ci porta in ufficio senza ritardi, è normale che sia così.

Il sindaco non vive di popolarità, come il leader di un partito,ma prescindere dagli accadimenti vive di fatti. Concreti e riconoscibili. Se non funziona il ritiro della netturbe, le strade sono piene di buche, le scuole cadono a pezzi il responsabile è lui: né la sua giunta né il consiglio comunale.

I sindaci riescono a fare miracoli, ma non riescono, spesso, a farlo sapere, perché i risultati non si vedono mai il giorno dopo. Ci vuole tempo, ci vogliono risorse umane, competenze e volontà idonei. Il numero dei sindaci confermati nel loro mandato è molto basso per questa ragione. I risultati della loro attività vengono “vissuti” dai cittadini alla vigilia della campagna elettorale. Ci fa un bilancio del quinquennio? Quanti sanno quali sono i parametri di “partenza” del suo mandato?

In Sicilia i comuni vivono una vita più grama che altrove, ed i sindaci sono forse più brevi che altrove proprio perché vivono in uno stato di assedio, incalzati dai problemi, spesso irrisolvibili perché indipendenti dalla volontà degli amministratori locali.

Non ci sono soldi in cassa, i bilanci sono in profondo rosso e le nuove norme in materia finanziaria non permettono spiragli, dietro l’angolo c’è il dissesto, il fallimento, con le pesanti conseguenze che ciò comporta, ma i sindaci devo rassicurare, promettere, cercare soluzioni.

Il sindaco di un comune in dissesto è un amministratore che ha le mani legate ed una palla di piombo legata ai piedi. Non può sbracciarsi per fare ciò che serve, non può correre quando i tempi sono stretti, gli viene vietato dalla legge.

Il dissesto è una malattia endemica, ma non è contagiosa. Il virus che la provoca è autarchico, nasce e si sviluppa nel suo luogo d’origine. IL deficit di bilancio è solo una delle facce del problema, perché c’è il deficit dei servizi. Il paradosso è che più alto è il deficit di servizi, meno risorse ci sono per affrontarlo. Comuni ricchi e poveri sono trattati allo stesso modo, e questa è una delle ragioni per le quali il Nord resta la locomotiva, ed il sud un vagone, che deraglia quando la locomotiva spinge più velocemente il treno.

Entro breve i sindaci in dissesto costituiranno la maggioranza in Sicilia e potranno associarsi e costituire una “corporazione” come altre, magari un partito senza bandiere. Come si organizzeranno? Riusciranno a contenere le giuste richieste dei cittadini, contribuenti e con eguali diritti degli altri?Andrebbero santificati subito?

Andiamoci piano, fra loro ci sono gli spendaccioni, i furbi, i clientelari, gli in competenti, gli ambiziosi oltre misura. E coloro che hanno ereditato bilanci da sfascio e quelli, invece, che lo sfascio se lo sono costruiti da soli. I primi sono di gran lunga più numerosi, tuttavia, è bene saperlo. Le pecore nere ci sono in ogni gregge.

Papa Francesco non ha alcun bisogno di riflettere sulla opportunità di beatificare le fasce tricolori, perché il mondo dei sindaci rispecchia esattamente il mondo delle persone qualunque, dove vivono persone per bene, uomini, mezzi uomini e quaquaraquà.

Semmai verso di loro, buoni e meno buoni, bisogna usare grande generosità, in considerazione del proibitivo peso delle responsabilità.

Verso i sindaci dei comuni in  dissesto la generosità deve essere maggiore, perché costoro viaggiano su una locomotiva a vapore all’epoca dell’elettronica e dell’energia solare.

Ho conosciuto recentemente uno dei sindaci siciliani di un comune in dissesto nel corso di un evento culturale, a Carini, pochi chilometri da Palermo. Si chiama Giovì Monteleone, è a capo di una amministrazione di centrosinistra, ha la faccia gioviale, baffetti grigi ed occhi luminosi. Seduto in prima fila ascoltava i relatori impegnati a ricordare la Baronessa di Carini. Ma era come se non ascoltasse, è questo che percepivo, sicché gli ho chiesto dove lo stessero trascinando i suoi pensieri davanti ad una platea sorpresa. Giovì Monteleone ha assicurato di stare ascoltando e spiegato che riesce a godersi delle pause nel suo lavoro. Amministra Carini da tre anni, ne mancano due alla conclusione del mandato. E quando gli chiedo una previsione sul ritorno alle urne, sorride. Si vede lontano un miglio che è conciliato con se stesso e una eventuale bocciatura non lo coglierebbe di sorpresa. “Ho abbassato il debito, ma i cittadini dei comuni in dissesto pagano più che altrove i servizi, e non c’è evento che possa essere realizzato senza uno sponsor…”

Il Castello della Baronessa, dove si svolge l’evento cui Monteleone partecipa, è affollato, c’è proprio tanta gente. Forse è per questa ragione che il sindaco non vive l’incubo del dissesto, sa di non essere affatto solo. Mi chiedo se abbia sfilato anche lui il 2 giugno ai Fori Imperiali. Me lo immagino orgoglioso di sé, contento di esserci.

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