L’altalena a 5 Stelle, trionfi e flop. I costi della solitudine, dalle Alpi a Pozzallo

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Il Vice premier, Luigi Di Maio, si è molto rammaricato delle opinioni espresse dalla stragrande maggioranza dei media sul risultato, affatto esaltante, ottenuto dal M5S alle amministrative. “Dicono il falso”, ha accusato. Ed a riprova della sua tesi ha invitato a dare uno sguardo alle precedenti elezioni locali e a ricordare che il suo Movimento scende in campo da solo, mentre gli avversari partecipano con più liste alla competizione.

Le giustificazioni di Di Maio per il flop pentastellato sono condivisibili. Comparando i risultati del 12 giugno a quelle di cinque anni or sono, non si può che prendere atto di un a consistente avanzata, su questo non ci piove. Anche la solitudine del M5S va presa in debita considerazione. E’ un   fatto obiettivo, il Movimento partecipa con una bandiera, la propria, alla tenzone, mentre gli sfidanti navigano con una flottiglia di natanti. “Davide contro Golia”, enfatizza Di Maio.

Meno condivisibile il giudizio “preventivo” che il leader dà dei suoi avversari: vincono perché gestiscono clientele e scambi. Insomma giocano la partita scorrettamente. Ma ci sta anche questa accusa, fisiologica nel panorama tradizionale della politica italiana. Dal dopoguerra a oggi, chi vince subisce tentativi di delegittimazione da parte degli avversari. Fa parte della nostra cultura politica.

Sono gli elementi oggettivi che Di Maio mette in campo per spiegare il risultato elettorale che tuttavia vale la pena di considerare con la necessaria attenzione ai fini della comprensione della natura del M5S, la solidità della sua presenza, la capacità di fidelizzazione, insomma la reale forza del Movimento ed il suo futuro.

Scorrendo i risultati, da Nord a Sud, riscontriamo un’altalena di dati. Ci sono comuni in cui il Movimento ha perso venti, venticinque punti percentuali rispetto alle elezioni politiche del 4 marzo. Un crollo. La diversa tipologia del voto non può giustificare la modesta appartenenza degli elettori al Movimento. Ciò significa che i pentastellati non sono radicati nel territorio e che i loro elettori  li scelgono quando c’è una forte spinta. Il voto d’opinione, insomma. Quando, invece, si deve esprimere una preferenza sugli uomini e le donne candidati, riconosciuti e riconoscibili, come alle elezioni locali, allora il M5S viene abbandonato. Se imbarcassero personaggi provenienti da differenti esperienze politiche questo handicap sarebbe risolto? Certo, ma a quale prezzo? La scelta di candidati senza curriculum è funzionale al Movimento. Lu accredita. Quindi, guadagnerebbe qualcosa il Movimento, ma perderebbe la sua preziosa diversità.

La solitudine. Di Maio, lo ripetiamo, ha ragione quando ci avverte che alle amministrative il Movimento scende in campo da solo a differenza degli altri, ma non considera un dato essenziale, è grazie a questa solitudine che il Movimento viene scelto (alle politiche). E’ il costo che i pentastellati pagano per la loro volontà di rappresentarsi come “altra cosa” rispetto ai partiti, di destra centro e sinistra. Senza quella solitudine non sarebbero quello che sono. Di Maio, insomma, non mette all’incasso un elemento essenziale, di sicuro vantaggio, appunto la solitudine. E’ vero che può costituire un handicap alle amministrative, ma la solitudine è un gran vantaggio per il voto d’opinione.

Concludendo, l’altalena di risultati che il M5S realizza – successi trionfali e sconfitte impreviste – ci racconta di un Movimento ancora non strutturato, nonostante la vivacità degli attivisti, e di un futuro incerto, nonostante l’ascesa al potere.

 

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