Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Mediterraneo, anzi Canale di Sicilia

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Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Il Mediterraneo, anzi per l’esattezza il Canale di Sicilia. E’ questa la frontiera “liquida” sulla quale dovrà misurarsi Matteo Salvini, non nelle stanze ovattate e confortevoli del Viminale, dove le parole ed i gesti rispettano le convenienze e filtrano umori.

Il Ministro degli Interni s’è impaiato davanti la Tunisia. Abituato alle comunicazione italiana, sui social soprattutto, si è mosso come un elefante dentro una cristalleria, sparando a zero sulla attitudine dei tunisini a comportarsi in modo avventuroso. Le autorità tunisine hanno preso cappello ed hanno risposto per le rime. Dal Viminale è arrivata la marcia indietro, presto Salvini dovrà incontrare il suo omologo con il quale, ne è sicuro, troverà la quadra. Vedremo. Poi sarà la volta della Libia, che è un vulcano perennemente in eruzione. Anche quando la lava ed i lapilli non cadono sulla testa dei libici, in profondità le marmitte di fuoco zampillano.

Mentre la Tunisia ha organismi di democrazia, una rarità da quelle parti, in Libia ci sono le tribù, un governo riconosciuto dall’Onu, che ha meno poteri del sindaco di Lampedusa, ed un governo ribelle in quel di Bengasi, dove non si sa più niente da parecchi giorni su chi comanda.

Mentre la Tunisia intrattiene rapporti commerciali e culturali molto intensi con l’Italia, la Libia  e la Sicilia sono legate da un cordone ombelicale, che trasferisce il gas libico nell’Isola e da qui in ogni parte d’Italia. In più in Libia c’è l’ENI, con il petrolio e le raffineria. Naturalmente ci sono i mercanti di esseri umani, che grazie all’intelligence di Minniti, hanno dovuto trasferire in Tunisia alcuni punti di imbarco. Questo il quadro di riferimento, al netto delle implicazioni internazionali (Stati Uniti e Francia sono molto presenti in Libia).

Infine ci sono loro, quelli che non contano niente. I migranti, che si avventurano su barconi fatiscenti dopo averne visto di tutti i colori (maltrattati, derubati e stuprati). Quel tratto di mare che dalle coste libiche e tunisine alla Sicilia, viene percorso da barche e gommoni, è un cimitero a cielo aperto, che ingoia vite innocenti, sventurati provenienti da ogni parte del mondo (affamato e spaventato). Quando sopravvivono vengono accolti negli hot spot e sono chiamati “clandestini”. La loro ricollocazione nei paesi europei sarà impossibile perché ci sono governi, come l’Ungheria di Orban, che la pensano esattamente come il nostro Ministro dell’Interno, tifoso dei respingimenti.

Sì, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Il Canale di Sicilia.

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