Nuova aggressione in ospedale a Palermo. Non si arresta il virus della violenza

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Nuova aggressione in ospedale a Palermo. La vittima questa volta è un operatore socio sanitario di 56 anni, G.S., in servizio al pronto soccorso dell’ospedale Cervello. 

L’episodio è successo domenica sera, ma la notizia è stata resa nota solo stamani. L’uomo è stato picchiato dal familiare di un paziente che non ha gradito l’invito dell’operatore a uscire dalla stanza perché c’era troppo affollamento. L’aggressione, infatti, è avvenuta intorno all’ora di cena, quando nella stanza dell’ospedale ad assistere il paziente c’erano otto persone. Così il 56enne ha chiesto ai familiari di uscire perché restasse solo un parente.

Una richiesta che ha mandato su tutte le furie l’aggressore che lo ha colpito sferrando al malcapitato un pugno, prima di allontanarsi dall’ospedale. L’uomo ha perso subito sangue da un orecchio ed è stato immediatamente soccorso. “Ha riportato la perforazione della membrana del timpano” spiegano dal nosocomio. L’operatore sociosanitario ha presentato denuncia per lesioni. L’aggressore è stato identificato.
Sulla vicenda indaga la Polizia.

Bertold Brecht fece un atto di contrizione. In una delle sue poesie brevi, e rivolgendosi all’umanità, implorò che la sua generazione fosse perdonata. “Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso./Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce./Noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,/noi non si potè essere gentili…”

Brecht chiese indulgenza, la storia gli l’ha concesse. Quella generazione si battè contro l’orrore del razzismo, delle tirannie, del Male che imperversò durante “il secolo breve”.

Ma oggi, quale giustificazione potrà accampare la nostra generazione, che gode di relativa pace e di maggiore benessere, quando verrà accusata dei mille episodi di piccola disumanità che il nostro tempo ha vissuto? Come saremo giudicati per il neorazzismo che pervade anche cuori nobili e l’aggressività penetra fra le mura dimestiche? Come spiegheremo quell’esercito di odiatori che in modo permanente presidiano i luoghi del dialogo, della conversazione, del confronto? Come verremo giudicati per le ignobili aggressioni ai danni di lavoratori che fanno il lroro dovere nelle scuole, negli uffici pubblici, negli ospedali. O sui mezzi di trasporto.

E l’ambito familiare? Non è un’oasi di felicità, tutt’altro. E’ inquinato: gli episodi archiviati come femminicidio allagano i giornali e finiscono con il nascondere la polvere sotto il tappeto, a causa di una litigiosità, conflittualità, aggressività, disamore senza precedenti. I gesti di quotidiana cattiveria, egoismo, intolleranza fanno del femminicidio il terminale della vicenda umana, la punta dell’iceberg dei conflitti relazionali all’interno delle famiglie, allargate e non, ma sottoposte a stress-test quotidiani.

Quale virus ha contaminato coscienze, animi, cuori, teste – chiamatele come volete – al punto da stravolgere il viso, fare roca la voce coloro che apprestarono l’animo alla gentilezza?

Provate a sfogliare un giornale qualsiasi in qualunque giorno dell’anno. Troverete, come ieri, anche sulla nostra testata, la notizia di un docente ipovedente picchiato a sangue dai genitori di un alunno a Palermo. Ed il giorno successivo identico episodio a Torino, dopo Palermo. Uno schema sempre uguale, un copione collaudato: genitori che vendicano il figliolo maltrattato dal prof.

Per quanti, come lo scrivente, da alunni, studenti e poi, prof, hanno attraversato anni fra i banchi senza avere mai avuto notizia di un solo atto ai danni dell’insegnante, l’aggressione del maestro da parte dei familiari dell’alunno, non è solo un atto di barbarie e di inciviltà, ma il crollo di una cultura, di un fortino che sembrava inattaccabile, la cittadella dell’istruzione e dell’educazione, dove ognuno è obbligato a fare la sua parte: il prof insegnando ai suoi discenti l’arte di stare al mondo oltre che l’apprendimento di nozioni; l’alunno, imparando dall’educatore ciò che gli servirà “domani” per intraprendere la sua carriera di lavoro o di studi; i genitori, affiancando la scuola nella difficile arte dell’educare.

I familiari oggi si precipitano a scuola per stabilire una gerarchia dei valori in cui al punto più alto c’è i ragazzino, con tutte le abitudini contratte in famiglia, sui social, davanti alla tv, nel branco: l’alunno castigato è vittima di una ingiustizia, va perciò protetta la sua integrità. Poco importa che si danneggi forse in modo irreversibile, il normale sviluppo della personalità del “protetto”, facendone potenzialmente un asociale, incapace di relazioni con i suoi simili. Poco importa che la scuola si senta irretita e sotto assedio.

Usciamo dalla scuola ed entriamo in un ospedale, dove un energumeno, in attesa, aggredisce l’infermiera o il medico perché non è stato visitato. Non gli importa nulla degli altri pazienti, che il turno sia stato stabilito sulla base dell’urgenza, che la sua “interfaccia” abbia l’obbligo di rispettarlo senza deroga e che stia facendo nient’altro che il suo lavoro.

Potremmo citare tanti episodi, avvenuti in uffici pubblici, trasporti urbani o altro. In tutti gli episodi emerge con sorprendente frequenza la rabbia di chi ha perso il contatto con la realtà, tutto ciò che avviene comincia e finisce con i suoi bisogni. L’altro è dunque il Nemico.

Nei social gli odiatori recitano lo stesso copione. Le frustrazioni, le ingiustizie patite, le difficoltà di far quadrare i conti di casa, la perdita del lavoro, trasformano chiunque abbia responsabilità di comando in un nemico da punire, ovunque e comunque svolga il suo impegno. Gli “altri” sono inequivocabilmente ladri o ingiusti, fanno ciò che gli pare e si arricchiscono a spese del popolo.

Non ci sono margini per una riflessione, per distinguere, capire dove sta il marcio e dove no, dove c’è l’incompetenza e dove diligenza. E se l’altro è straniero, se la sua pelle è scura, la sua lingua incomprensibile, la  religione diversa non c’è scampo. Lo sventurato che scappa dalla guerra e dalla fame è un essere che toglie il pane a lui ed a quelli come lui. E’ un potenziale delinquente da togliere di mezzo e gettare a mare prima che arrivi sulle nostre sponde. Anche la carità cristiana latita nei cuori dei fedeli. Il magistero del comiziante che blinda le sue parole mostrando il Vangelo trova più ascolto degli appelli del Pontefice in Piazza San Pietro.

In questo mondo incattivito, fa sentire la sua voce, in perfetta solitudine, Francesco, armato di misericordia. In questo mondo incattivito svolgono il loro lavoro tutori dell’ordine, educatori, addetti ai servizi pubblici, governanti buoni e meno buoni. E talvolta si prendono sputi e pietre.

L’idea che ci si debba difendere dalle ingiustizie della vita, aggredendo chiunque rappresenti una forma di autorità, e che vadano usate le maniere forti nei confronti di coloro che devono far rispettare le regole sta facendo molti proseliti.

Il bullismo ha alzato l’asticella, si manifesta così ad ogni età, dalla più tenera a quella matura.

Come evitare che l’odio tracimi e ci renda la vita impossibile? Le responsabilità di chi sta in alto sono immense, quelle dell’informazione pesantin.

Avere creato insicurezza e paura per il diverso, dipinto l’Italia come un Paese in mano a corrotti e mafiosi, i partiti ed i governanti una casta da abbattere senza andare troppo per il sottile, avere criminalizzato invece che confrontarsi civilmente,  l’avversario politico, avere giustificato l’orrore di un folle che vuole punire i “neri” e li colpisce a colpu di fucilie (Macerata),  . – razzismo criminale – attribuendo alle stesse vittime (invasori…) la responsabilità del crimine, frutto di mera esasperazione: tutto questo sta cambiando la cultura del Paese. La cultura sociale, la  convivenza civile, non solo la cultura politica, che pure non è mai stata tenera, ma ha mantenuto un perimetro sul quale misurare, per così dire, l’attitudine a fare la faccia feroce

Ad accelerare il processo di trasformazione ed aiutare il mutamento genetico ci hanno pensato le tecnologie, il loro strapotere. Altro che italiani brava gente, siamo diventati odiatori seriali.E quelli che  non s’intruppano, perdono o stanno ai margini.

Non fasciamoci la testa, meglio soli che male accompagnati.

 

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