Good kill, uccidere con joy stick. E i droni partono da Sigonella

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Nel 2013 con l’amministrazione Bush il numero dei droni da combattimento erano circa 52, ora si calcola che siano 400. Un buon numero di droni sono dislocati in Sicilia nella base USA di Sigonella, sono macchine da guerra e di vigilanza altamente sofisticate. Le missioni sul teatro mediorientale e africano partono dalla Sicilia e dalla Spagna.

Pare che la Sicilia svolga ormai un ruolo primario. Stando ai patti stipulati fra USA e Italia le missioni che partono da Sigonella o altrove, in territorio italiano, devono avere un “nulla osta” preventivo della Difesa italiana, ma si tratta di pura formalità. Di fatto è impossibile che le missioni vengano prima sottoposte alla Difesa italiana. Molte missioni decise sulla base di motivazioni contingenti non hanno margini temporali di valutazione, le missioni nell’ambito di una pianificazione segnalano la necessità di asicurare una costante vigilanza nei teatri di conflitto.

Ciò che i droni fanno “sul terreno” è deciso altrove, non in Sicilia né, ovviamente, a Roma.

In più la Sicilia offre il “grande occhio” , il Muos, su una parte del mondo grazie al Radar giganteschi installati in territorio di Niscemi. I droni di Sigonella e la sofisticata struttura radaristica di Niscemi consentono alle forze militari USA sia un ampio raggio di azione sia una qualità delle missioni molto elevata.

Le decisioni sono assunte nei centri di comando che si trovano in Virginia e in Texas. E’ qui che i conflitti hanno la dimensione dei giochi di guerra. I militari guidano i droni sugli obiettivi secondo gli ordini dei Servizi o alti comandi. Ogni ordine può causare un inferno di fuoco. I droni, superarmati, colpiscono con la precisione di un laser, senza guardare in faccia a nessuno. L’obiettivo viene individuato e eliminato, costi quel che costi, anche se la sua eliminazione provocherà danni collaterali, cioè la morte di civili innocenti, che nulla hanno a che fare con il presunto terrorista avvistato dagli occhi del drone o dai Radar.Per questa ragione il fuoco amico nei teatri di guerra ha provocato un alto numero di vittime civili, provocando una forte ostilità nelle popolazioni.

Sul lavoro ingrato dei militari USA addetti ai droni è stato realizzato un film, Good Kill, che racconta una storia molto “reale”. Dalla loro consolle in Virginia, i militari super addestrati, conducono i droni dove vogliono, vedono ciò che accade sul terreno, sono in grado di riconoscere perfino i volti ed agiscono con precisione chirurgica. Niente di più semplice che dare la morte al “nemico” o ad una folla radunata attorno ad una salma, se fra la folla si trova l’obiettivo da eliminare. I danni collaterali, insomma, non sono solo errori di valutazione, ma una “necessità”.

Good Kill , messo in onda proprio venerdì sera sulla “Nove”, non è solo un film ma lo spaccato di una realtà crudele. La ferocia dei giochi di guerra non si manifesta con il sangue. Non è un coltello che s’infila in un costato o il proiettile che parte dalla pistola dell’assassino, la morte ariva con un click, basta ammaccare un pulsante da diecimila chilometri, e il missile lanciato dal drone colpisce un’auto in movimento o una casa.

I militari che eseguono l’ordine non sanno talvolta nemmeno quello che fanno, non possono rendersene conto. E quando commettono errori, non sono loro a commetterli, ma coloro che li hanno dati. Sono spogliati di ogni responsabilità, ma restano tuttavia killer devastanti. Capita che qualcuno non ce la faccia a sopportare il peso della “buona” guerra o dell’omicidio giusto (Good kill), e vada in crisi. Come capita nel film, dove il protagonista e una sua collega abbandonano il lavoro “sporco”, dopo avere ammazzato, stavolta di loro volontà, un terroristi che aveva violentato, più volte, una donna.

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