Di Cuffaro, dei delitti e delle pene. Fa paura l’ex galeotto o il capopopolo?

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Totò Cuffaro è uno degli argomenti più frequentati dalle cronache giornalistiche. La sua presenza, al pari della sua assenza, in luoghi pubblici fanno notizia. Specialmente la presenza. E ancor di più se la presenza vede Cuffaro di fronte una platea. Il fatto che se ne stia in dietro al tavolo, e prenda la parola, fa nascere irritazione, polemiche, dibattito. L’ex presidente della Regione viene giudicato un infiltrato, “ex galeotto”, introdottosi nella società dei giusti. Un giornalista catanese per dimostrare il suo profondo dissenso si è addirittura privato del prestigioso Premio Francese dando la stura all’ennesima querelle.

Il contenuto degli interventi pubblici di Cuffaro non sembra influenzare la qualità delle reazioni, il merito non interessa i suoi avversari. Cuffaro si occupa, tra l’altro dei problemi carcerari, e parla da ex detenuto. Si sente perfino a suo agio in questa veste. Ma non basta che indossi l’abito dell’ex galeotto, ed a questo titolo esprima il suo punto di vista, per placare l’irritazione da parte di alcuni professionisti, intellettuali e persone segnate, in qualche modo, da terribili episodi di mafia (il dissenso non è, tutto uguale, e talvolta, è bene rimarcarlo, ha profonde rispettabili motivazioni).

Va tuttavia anche rispettata la libertà di un cittadino che ha pagato il conto della giustizia e lo ha fatto, per parere unanime, in modo esemplare. Impedirgli di rendere testimonianza di una condizione che oggi affligge decine di migliaia di persone, oltre che scorretto, è anche svantaggioso.

L’ultimo episodio, legato al dissenso verso “l’ex galeotto”, vede – come accennato prima – protagonista un giornalista, il quale per manifestare la sua irritazione ha scelto di restituire il premio assegnatogli dall’Ordine dei Giornalisti, istituito per onorare la memoria di Mario Francese.

Non si capisce invero che cosa c’entri il Premio Francese con la sua legittima irritazione, è un vero mistero, a meno che non si creda che la restituzione sia dovuta al bisogno, preminente, di creare il caso e esecrare la scelta dell’Ordine di permettere a Cuffaro di sedere dietro il tavolo ed intervenire sulla materia carceraria.

Qualunque sia l’intenzione di chi ha restituito il Premio Francese, indubbiamente il risultato è stato raggiunto: l’episodio ha interessato l’opinione pubblica e rimesso Cuffaro al centro della scena politica.

Sono persuaso che i fans di Cuffaro siano cresciuti, perché non c’è di meglio che trasformare il reo, in questo caso l’ex reo, in una vittima.

Insomma, chi ha voluto mantenere la maschera di ex galeotto a Cuffaro, potrebbe avergli reso un servigio. Ma non è questo il punto. Chi crede che Cuffaro non abbia pagato a sufficienza o, comunque, non abbia più diritto a far parte della società civile, non ha trovato ristoro.

C’è poi un aspetto, ben più importante, su cui vale la pena di indirizzare l’attenzione, il valore educativo della pena (non solo per i detenuti…). Per spiegare che i sentimenti di ostracismo siano sbagliati si dovrebbe partire dal libro di Cesare Beccaria (Dei delitti e delle pene). E’ il caso, questo sì, che i guardiani delle buone maniere in materia di trattamento degli ex galeotti, analizzino la popolarità di Cuffaro. Essa cresce a vista d’occhio, al pari del numero dei seguaci, tanto da diventare un consigliere, molto ascoltato, di dirigenti politici e rappresentanti del popolo.

Mi aspetto la risposta di sempre: il cuffarismo è una mala pianta che ha messo radici e i favori elargiti da Cuffaro non si dimenticano. Se così fosse, visto che oggi Cuffaro non detiene alcuna poltrona, pubblica o privata, dovremmo arguire che i siciliani hanno la virtù collettiva della gratitudine, che in quanto tale non può essere oggetto di condanna.

La domanda delle cento pistole resta una: perché l’ex galeotto ottiene fiducia e il suo popolo gli rimane fedele? I siciliani che amano l’ex galeotto non amerebbero le persone per bene? Lasciamo perdere, che è meglio.

Ho il sospetto che Cuffaro non sia tollerato come “detentore” di un ingente pacchetto di voti, piuttosto che come ex galeotto.

 

 

 

 

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