Catania non tradisce il vulcano, le marmitte di fuoco incendiano il congresso Pd

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C’è un caso bollente nel tesseramento del Pd catanese. La piazza etnea è tradizionalmente calda. Non c’è bisogno di usare lanciafiamme per bruciare uomini e cose. Ha travolto personaggi al culmine delle loro fortune politiche – è il caso di Raffaele Lombardo, e per altri versi di Enzo Bianco, candidato vincente fino al giorno prima del voto alle amministrative – ed ha regalato all’opinione pubblica episodi indimenticabili nella storia politica ed istituzionale della Sicilia. Bollenti, soprattutto, i partiti, nel loro interno, e nel rapporto con gli avversari. Creativi e determinati i leaders che sfornano bandiere, simboli, movimenti con serena disinvoltura. Il travaso di parlamentari e leaders dal centrodestra al centrosinistra ha avuto come teatro naturale proprio il capoluogo etneo.

Rosario Crocetta ha ricominciato la sua avventura movimentista – con Riparti Sicilia dopo il Megafono – proprio con un vernissage catanese, luogo in cui presumibilmente il governatore ritiene di ottenere maggiore ascolto rispetto a Palermo o la “sua” Gela, più che mai di traverso rispetto alle sue ambizioni nel momento attuale.

 

Non sorprende perciò che i problemi di tesseramento nel Pd, specie nelle giornate che precedono la prima fase congressuale – quella dei programmi e delle linee politiche – siano nati a Catania. L’ultimo caso riguarda l’ammisssione di quattrocento quasi-tesserati, che sono stati contestati dal portavoce della mozione Orlando a Catania. Fausto Raciti ne ha raccomandato la registrazione perché non avrebbero avuto la possibilità di presentare formalmente istanza in quanto i circoli in cui avrebbero dovuto recarsi erano stati “sprangati”. Questa è, tuttavia, la tesi di Fausto Raciti, segretario del Pd siciliano e, sopratutto, coordinatore della mozione Renzi nell’Isola.

Il portavoce della mozione Orlando, Sarracino, ne ha fatto una questione, e Raciti ha spiegato che le sue perplessità, sarebbe più giusto chiamarli “sospetti”, non avevano ragion d’essere per le ragioni sopra segnalate (circoli chiusi). Comunque sia, ha commentato il parlamentare Lauricella, figlio di Totò, “Raciti si porta dietro un conflitto d’interesse, in quanto garante del partito ed insieme garante di una mozione”. Sarebbe stato più corretto, ragiona Lauricella, demandare alla commissione apposita la verifica delle procedure congressuali.

Mentre in Sicilia si stava accendendo l’incendio, Andrea Orlando, un gran signore, ha spento sul nascere le fiamme, senza però rinunciare al diritto di commentare le stranezze del tesseramento alla vigilia del congresso. “Non ho notizia di brogli”, ha affermato senza approfittare degli “incidenti” di percorso, anche se le cose sono apparse del tutto lineari. Andrea Orlando guarda lontano e, soprattutto, sembra avere in gran conto l’immagine del partito in cui milita.

Stando ai numeri che arrivano dai circoli – ormai siamo proprio agli sgoccioli, la mozione renziana dovrebbe sfiorare il 65-70 per cento, quella di Orlando il 25-30 per cento, e la terza, firmata da Emiliano il 5-10 per cento (secondo previsioni considerate ottimistiche).

Sarà il secondo turno, quello dei gazebo, a decidere gli equilibri interni del Pd. Ma il risultato pare scontato. E la Sicilia, con la consueta destrezza, si è posizionata in modo da coglierne i frutti, passando da un sostanziale equilibrio fra renziani e sinistra, ad una schiacciante maggioranza renziana.

 

Questa omologazione non farà però scomparire i conflitti interni proprio per niente, ma li trasferirà nel grande calderone renziano, laddove sarà ancora più difficile, perciò, decifrarne le motivazioni ideali e politiche.

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