Ha fatto bene o male Totò Cuffaro a scendere in campo? Chi ci guadagna e chi ci perde

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Ha fatto bene Totò Cuffaro a “endorsare”, cioè a riferire in una intervista di essere uno degli strateghi, forse il più influente, della campagna elettorale pro Ferrandelli alle amministrative di Palermo? Secondo alcuni sarebbe stato meglio che mantenesse la seconda fila, non diventasse un protagonista di una stagione politica che potrebbe cambiare perfino i connotati della prossima campagna elettorale per le regionali, magari arrivando alle politiche; secondo altri, ha dato prova di coraggio, da una parte, e di rispetto verso i suoi simpatizzanti, che sono tanti, e verso gli avversari politici, dicendo le cose come stanno senza nascondersi dietro un dito.

Se fosse stato zitto le cose sarebbero cambiate? Probabilòmente no. I primi, se stanno dalla parte di Totò Cuffaro, infatti, sostengono che tacendo non avrebbe offerto su un piatto d’argento gli strumenti per una prevedibilissima polemica nei confronti di Fabrizio Ferrandelli, e per critiche, assai aspre, verso lo stesso Cuffaro, al quale non viene concesso di stare a pieno titolo nel mondo politico a causa delle sue disavventure giudiziarie, che lo hanno accostato a personaggi non proprio encomiabili.

Insomma Fabrizio Ferrandelli sarebbe stato aiutato senza danni, lasciando Cuffaro defilato, seppure in cabina di regia.

 

Ma l’altra corrente di pensiero rivendica le sue buone ragioni. Rivendica anzitutto a Cuffaro la trasparenza da un lato ed il diritto di tornare nella società civile a tutti gli effetti, avendo pagato il debito con la giustizia. Non può ricoprire incarichi pubblici, ma può stare in mezzo agli altri, parlare e scrivere, esternare le sue convinzioni, come chiunque. In più, può rivendicare anche ßil suo comportamento rispettoso della giustizia, che lo accredita come persona che, pur sbagliando, riconosce allo Stato ed alle sue leggi una sorta di primazia, che non sempre viene concessa perfino laddove ci si aspetta buona creanza e rigore.

Fin qui, tuttavia, ci siamo mossi nell’ambito degli amici, conoscenti, simpatizzanti, militanti dell’area politica cara a Totò Cuffaro. Fuori di questo ampissimo cerchio magico, le cose cambiano, eccome. Cuffaro ed il cuffarismo, infatti, sono sinonimo di cattiva amministrazione, clientela, amicizie pericolose e tutto il resto. Non viene riconosciuto assolutamente alcun merito all’ex Presidente della Regione, ché anzi viene proposto come l’icona dei mali che affliggono la Sicilia. Che le cose possano stare diversamente è ininfluente, l’immagine è questa.

Insommma, o si è da una parte o dall’altra. IL manicheismo può essere ideologico, o frutto di interesse, questo è noto. Quando è ideologico, diventa fondamentalismo e non viene riconosciuta ad alcuno la possibilità di redenzione o cambiamento, nonostante questa sia alla base della civiltà giuridica: chi nasce torto resta torto. In più, chi si è macchiato di un reato grave, come la vicinanza ad ambienti di mafia, deve essere messo da parte, perché non ci si può mai fidare, certi legami non scompaiono mai del tutto.

A questo modo di sentire il “fenomeno”, mafia, può essere concessa anche la buona fede, la quale tuttavia non cambia le cose per niente. Laddove, invece, la buona fede non c’è o prevalga l’interesse, dobbiamo ammettere che mantenere il ghetto in servizio anche “dopo” avere pagato il debito, serve ad impedire all’avversario politico di tornare nell’agone, privando un cittadino della possibilità di esercitare ruoli che la legge gli consente.

 

Per gli amici di Cuffaro, l’interesse e la “stima” stanno indissolubilmente insieme: per potere avvantaggiarsi del ritorno di Cuffaro nel mondo politico hanno bisogno di ottenere la sua piena rivalutazione, una sorta di legittimazione politica (ma non istituzionale, perché lo impedisce la legge).

 

Ed ecco il punto: la scelta di “endorsare” – permettettemi di godere di un neologismo mutuato all’incontrario stavolta, dall’inglese all’italiano – è stata ritenuta dall’ex Presidente della Regione come il necessario, pur se non esente da rischi, strumento per godere della legittimazione politica. Vuole sentirsi “cittadino” a pieno titolo, ed essere giudicato per ciò che fa (o non fa). Ha messo in conto che questa legittimazione può non piacere agli avversari politici, ma Parigi val bene una messa. Forse Cuffaro pretende qualcosa in più, vuole che quanti si avvantaggiano del suo “carisma” – è inutile girarci attorno, continua ad averlo – non devono affatto vergognarsene, altrimenti il Signore li accompagni…

 

Tutto questo però va bene nel contesto siciliano, ma al di là dello Stretto no. Cuffaro diventa un caso, e il suo ritorno, tutto sommato spedito, nell’agone politico, offre più di una ragione all’ampia sfera dei duri e puri di additare la Sicilia da una parte, ed i suoi amici ed alleati dall’altra, come i reduci e combattenti di una stagione politica che sarebbe meglio non ritornasse in auge.

E’ vero che non si può pesare con il bilancino dei farmacisti ciò che è giusto e sbagliato in questa storia molto siciliana, ma ciò che appare chiaro, almeno per chi scrive, è che la misura va conservata. Ci vuole poco per trasformare un legittimo diritto in una smargiassata, ed una corretta civile presenza politica in una malattia incurabile.

Il verdetto? Né condanne, né assoluzioni, ma etica della responsabilità che va pretesa da chiunque, abbia o no sbagliato.

 

 

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1 commento

  1. Dico solo che se e’ interdetto dai pubblici uffici coerenza vorrebbe che non influenzasse nessuno, perche’ al di la’ di come la si voglia intendere, manicheismo o no, si tratta di influenze gravi prodotte da un vento gelido e nefasto.

    Sicilia terra maledetta in cui chi prova a distinguere il bene dal male e’ etichettato come manicheo…

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