Mamme: Lavagna, Mascalucia, Gela, S.Croce Camerina…L’amore e le sue vittime

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Se una mamma uccide le figlie in preda ad un raptus di follia, come è avvenuto a Gela ben due volte, l’episodio lascia ammutoliti, il cuore in gola. Giusy Savatta, la mamma di Gela, ha stranbgolato le sue du figliolette, 8 e 10 anni, per salvarle dall’incombente dramma che la sua mente le faceva vedere.

Veronica Panarello, a S.Croce Camerina, uccide il piccolo Loris per le sue monerllerie. Se una mamma uccide il proprio figliolo perché non ne può più dei suoi capricci e cerca di sfuggire alla condanna, pretendiamo giustizia, una pena severa, e insieme proviamo pena per la donna smarrita e sen’anima che compie il più blasfemo dei delitti, togliere la vita, dopo averla data, ad un essere umano.

Ma tutto questo è niente, quando capita che una mamma, per salvare il figlio e proteggerlo, ne provoca la morte. Sono i due casi più recenti, che ci mettono alla prova, avvenuti a Mascalucia, in Sicilia, a pochi chilometri da Catania, e a Lavagna, nel Nord, sulla costa dell’alto Tirreno.

La mamma di Mascalucia è stata condannata a 18 mesi di carcere con rito abbreviato, dopo avere patteggiato la pena. Il suo bimbo, in tenerissima età, è stato sbranato da uno dei due cani, che la donna teneva in giardino. Una vicenda terribile, che la donna ha vissuto da protagonista, perché si trovava con il suo bimbo quando il cane ha aggredito il piccolo e l’ha ucciso.

Nelle ore successive alla tragedia abbiamo letto che il bambino si trovava in braccia alla madre, e che la mamma l’aveva difeso difeso con tutte le sue forze, senza potere strapparlo all’animale. Una versione poi parzialmente modificata. Colpevole o innocente?

“Non si ritiene colpevole, ma ha voluto chiudere il procedimento perché non vuole rivivere quella drammatica giornata: non avrebbe retto psicologicamente al processo”, ha spiegato dopo il verdetto di condanna – omicidio colposo – l’avvocato Fabio Cantarella, legale della mamma, per giustificare il motivo del ricorso al patteggiamento della sua assistita.

“Le indagini – osserva il legale – hanno fatto chiarezza sulla dinamica dell’accaduto. La signora era vicino al

figlio, e non l’aveva in braccio, quando il dogo più grande, una femmina di 8 anni, era in casa, mentre quello più piccolo, di tre anni in giardino. E’ stato quest’ultimo, all’improvviso, senza motivo apparente, ad assalire il piccolo”.

Altra storia, altra tragedia a Lavagna, e ancora una mamma vittima e causa, incosapevole, della morte del figlio adottivo, Giò, un ragazzo di quindici anni, irrequieto e pieno di vita. Giò assumeva hashish e era diventato il cruccio della madre. Disperata, falliti tutti i tentativi di liberarlo da quella dipendenza, la donna ha pensato che l’ultima spiaggia fosse rivolgersi alla Guardia di Finanza, che ha prima ispezionato il ragazzo a scuola e poi si è recato a casa sua, per cercare se nella sua stanzetta ci fosse altroa hashish. E’ durante l’ispezione che il quindicenne, essendo stato scoperto di custodire dieci grammi di hashish, travolto dalla vergogna, si è gettato dal balcone.

Immaginate che cosa ha provocato quel teribile gesto nella madre, che voleva liberarlo dalla schiavitù della droga, e nei finanzieri che hanno creduto di fare il loro dovere e dare sollievo a una madre preoccupata per la sorte del figlio.

Ha sbagliato la madre, causa innocente, del suicidio di Giò? In chiesa, durante i funerali del ragazzo, una folla commossa ha potuto ascoltare le sue parole, che hanno lasciato il segno e suscitato reazioni contrastanti.

«In ognuno di voi, ha detto la madre di Giò, sono presenti dei talenti che vi rendono unici e irripetibili. E avete il dovere di farli emergere e di svilupparli. Là fuori c’è invece qualcuno che vuole soffocarvi facendovi credere che sia normale fumare una canna, normale farlo fino a sballarsi, normale andare sempre oltre. Diventate piuttosto i veri protagonisti della vostra vita e cercate la straordinarietà. Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi invece che mandarvi faccine su whatsapp. Straordinario è avere il coraggio di dire a una ragazza “sei bella” invece di nascondersi dietro alle domande preconfezionate di ask. Straordinario è chiedere aiuto quando proprio vi sembra che non ci sia via d’uscita. Straordinario è avere il coraggio di dire ciò che sapete. Per Giò è troppo tardi, ma potrebbe non esserlo per molti di voi. Fatelo.”

Antonella, questo il nome della madre di Giò, ha poi parlato di sé, del mestiere di vivere e del mestiere di genitori.

“A noi genitori, ha detto, spetta invece il compito di capire che la sfida educativa non si vince da soli, nell’intimità delle nostre famiglie, soprattutto quando questa diventa connivenza per difendere una facciata. Facciamo rete, aiutiamoci tra noi, non c’è vergogna se non nel silenzio. Uniamoci. “

Antonella ha anche avuto parole di conforto per i finanzieri, co-protagonisti involontari della tragedia. “Un pensiero particolare va alla guardia di finanza”, ha ripreso con grande forza d’animo. “Grazie per aver ascoltato l’urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo di combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi. Non c’è colpa né giudizio nell’imponderabile e dall’imponderabile non può che scaturire linfa nuova e ancora più energia per la lotta contro il male».

Infine, Antonella ha trovato le parole per parlare a Giò, che non c’è più. «Le ultime parole sono per te, figlio mio”, ha detto. “ Perdonami per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano. Voglio immaginare che lassù ad accoglierti ci sia la tua prima mamma e come in una staffetta di passarle il testimone affinché il tuo cuore possa essere colmato in un abbraccio che ti riempia per sempre il cuore».

I giornali hanno raccolto il pensiero di coloro di tanti. Un fiume di emozioni,  opinioni, suggerimenti, giudizi, rimproveri, apprezzamenti.

Il torto più grande che si può fare, quando il destino ci mette difronte, pur solo da spettatori, a tragedie più grandi di noi, è giudicare. Non ne abbiamo il diritto, non ne abbiamo la competenza né le conoscenze. E soprattutto, non possiamo aggiungere allo strazio di chi vive la terribilità dell’episodio, anche la nostra presunzione di sapere che cosa fare e come evitare il peggio.

Se c’è una lezione che possiamo trarre da eventi che ci colpiscono e ci coinvolgono per qualche ora, è quella di imparare a vivere meglio i nostri amori. Non sempre chi ama, ha ragione. L’amore non corregge purtroppo i nostri erori, semmai, talvolta, li moltiplica.

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