Chattando comunichi una intenzione? ti arriva subito la promozione. Spiati ed inseguiti

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(Alessandro Francesco Giudice) Oggi mi è successa una cosa apparentemente insignificante, ma che forse merita una riflessione. Stavo scambiando messaggi su WhatsApp con un amico, e ho scritto il nome dello stadio della cittadina italiana dove in quel momento mi trovavo (tecnicamente, stavamo cazzeggiando). Dopo qualche ora mi è capitato di aprire Facebook (nota bene: sul Mac, non sul telefono sul quale ho WhatsApp) e mi è apparso un post che pubblicizzava il bond lanciato per finanziare il restyling proprio di quello stadio.
Dunque WhatsApp (che appartiene a Facebook) utilizza le parole chiave contenute anche in conversazioni private (e dunque non più soltanto le ricerche in rete che lanciamo sui motori quando vogliamo prenotare un volo o un albergo, o quando stiamo cercando un museo, un orologio, un paio di scarpe o un televisore) per fini di promozione commerciale. Tutto bene? Non direi.
E’ chiaro che non più solo le nostre ricerche in rete, ma anche le informazioni private che ci scambiamo ogni minuto con chiunque, finiscono immagazzinate in giganteschi server (tecnicamente questo si chiama Big Data) e sono a disposizione esclusiva di chi possiede l’infrastruttura di storage. E’ ovvio che la privacy non esiste più e che i nostri comportamenti, le nostre ricerche in rete, i nostri acquisti, le nostre opinioni, ora perfino le nostre conversazioni apparentemente riservate, finiscono per sempre dentro files dove ogni aspetto della nostra vita è noto a chi controlla i veicoli in apparenza innocui delle informazioni.
La prossima dittatura probabilmente non verrà con le divise, le parate, i proclami e altre simili pagliacciate, ma semplicemente controllando e utilizzando la massa di dati e informazioni che tutti noi inconsapevolmente consegniamo e che restano immagazzinate nei server. Magari, forse, lo sta già facendo. E chi crede che il nuovo fascismo siano quei poveri deficienti con la fissa del duce si sbaglia.
Il fatto è che tutti ci divertiamo coi social (anch’io in questo momento, anche se mi sto divertendo di meno a scrivere queste cose) e utilizziamo WhatsApp per la nostra socialità e ormai anche per il nostro lavoro: concediamo così il nostro tempo libero a chi può utilizzarlo per vendere prodotti ma anche idee, concetti, stili di vita, aiutandoci lentamente a costruire passioni, odio, innamoramenti e avversioni. Già Facebook seleziona i post che è utile farci vedere, e mette indietro quelli che sa essere per noi meno interessanti. Perché lo fa è chiaro: offrendoci contenuti che risulteranno a noi più interessanti, ottiene in cambio da noi la merce che ha per Facebook il valore più strategico: il nostro tempo. Chissà con quale criterio opera la selezione, ma in fondo alla fine ci prende, non è vero? O forse ci prende perché costruisce il criterio?
Per decenni questo scambio lo ha fatto la televisione, concedendoci svago e intrattenimento in cambio della messa a disposizione della nostra attenzione e della nostra ricettività passiva rispetto a messaggi commerciali, politici o sociali. Oggi però è diverso, perché la televisione era unidirezionale mentre i nuovi media sono interconnessi. Amazon e Facebook sono connessi a Google, quindi anche WhatsApp (che è di Facebook) lo è. Ma Google a sua volta controlla YouTube. E Google è anche il più grande provider di posta elettronica al mondo, quindi tutte le informazioni che ci scambiamo via mail restano sui server di Google. Uno in teoria potrebbe anche non avere la casella gmail, è vero, ma prima o poi riceve una mail da una casella gmail (o la manda verso una casella gmail) e quella mail entra nei server diventando automaticamente un file conservato per sempre. Dove sta il confine? Gmail e Yahoo (per dire i più grandi) offrono servizi di posta gratuita a miliardi di persone nel mondo: in teoria non potrebbero entrare nella tua email e prendere le informazioni e tanto meno leggere quello che dici. In teoria, questa sarebbe una violazione della privacy. Ma chi ti dice che già non lo facciano? Lo stesso fa Facebook, offrendo a tutti una piattaforma gratuita per discutere, obiettare, polemizzare, comunicare e anche parlare e scambiarsi messaggi in privato, attraverso Messanger e WhatsApp. Nel privato più privato. Già perché su Facebook uno può usare dei filtri sapendo che quanto scrive è pubblico, su Facebook ciascuno presenta il se stesso che vuole apparire. Su WhatsApp probabilmente no, e neppure nel privato della posta elettronica. Google, inoltre, controlla praticamente tutti i blog al mondo (quindi, di conseguenza, tutte le idee che la gente che ha un blog produce) perché tutti i blog sono indicizzati nel suo motore di ricerca.
Quindi in pratica Google, Yahoo, Facebook e qualche altro sanno tutto di tutti. Largo circa.
Forse Google controlla anche quello che sto scrivendo, o comunque in qualsiasi momento potrà leggerlo (come lo stanno leggendo altre persone) e forse quello che sto scrivendo a Google non piace. Forse non piacerà che alcuni lo scrivano. Ma domani, magari, avremo finalmente anche l’auto a guida autonoma di Google. Che avrà un computer di bordo sempre connesso, magari coi server di Google. Che figata, vero? Ma se domani, per esempio, Google volesse eliminare quelli che dicono cose che a Google non piacciono, o non piacciono al pensiero politico che piace a Google, potrà ad esempio provocare dei piccoli faults al computer della mia auto? Magari mentre vado a 130 in autostrada? E chi può saperlo?
Good night and good luck.
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