“Dalla Chiesa”, il libro di Pietro Grasso , presentato a Palermo

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“Dopo le condanne inflitte nel  Maxiprocesso ad alcuni mandanti facenti parte del vertice mafioso, le  dichiarazioni di alcuni collaboratori hanno consentito di individuare  e processare tutti gli esecutori materiali, ma non di dare un volto  agli eventuali mandanti esterni”. A raccontarlo è il Presidente del  Senato nel corso della presentazione del libro ‘Dalla Chiesa’ a  Palermo. “Del resto, tutti gli omicidi eccellenti commessi da Cosa  Nostra hanno cause complesse, talune delle quali assolutamente ignote  anche agli stessi esecutori materiali . aggiunge Grasso – E oggi tutto il materiale sinora raccolto, tutti i sussurri provenienti da Cosa  nostra, depongono per un interesse esterno all’eliminazione del  generale, addirittura antecedente di tre anni alla sua ”missione” a  Palermo”.

“Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Buscetta riferì che nel  1979, su incarico personale di Stefano Bontate, aveva contattato  durante la comune detenzione al carcere di Cuneo il brigatista rosso  Lauro Azzolini chiedendogli se le Br fossero disponibili a rivendicare l’attentato nel caso in cui qualcuno avesse ucciso Dalla Chiesa –  riferisce Grasso – La risposta fu tranciante: ‘Noi rivendichiamo solo  gli attentati a cui partecipiamo’. Pertanto è ipotizzabile che, non  appena mandato in Sicilia, si fosse realizzata una coincidenza di interessi tra la nuova mafia Corleonese, che aveva sostituito ai  vertici quella di Bontate ed Inzerillo, che lo vedeva pur sempre come  un pericolo potenziale, e altri centri di potere, che ne temevano il  potere costruito sul consenso o sulla conoscenza di segreti che, se  rivelati, potevano risultare destabilizzanti o quantomeno  imbarazzanti”.

Poi un ricordo personale del generale ucciso da Cosa  nostra il 3 settembre del 1982: “Il mio ultimo ricordo con il generale risale a fine maggio 1982, durante la cerimonia della festa della  polizia alla caserma Lungaro. Il prefetto, che indossava un  doppiopetto grigio, mi si avvicinò e, con un accattivante sorriso  sotto i baffetti sale e pepe, mi chiese le carte delle indagini già  definite delle espropriazioni della diga Garcia, che avevano elargito  ai proprietari, tra i quali i cugini Salvo, 21 miliardi di vecchie  lire a fronte dei 2,5 miliardi stanziati, nonché gli atti degli  appalti, banditi dal Comune di Palermo, che erano stati oggetto delle  indagini sull’omicidio del presidente della Regione siciliana,  Piersanti Mattarella. Restammo d’accordo che gli avrei fatto avere il  tutto a settembre, alla ripresa delle attività dopo le ferie, ma persi la mia corsa contro il tempo, arrivò prima il crepitare dei  kalashnikov quella tragica sera del 3 settembre 1982, quando in via  Isidoro carini caddero lui, Emanuela Setti Carraro e l’agente di  scorta Domenico Russo”.      

“Sono certo che i miei stessi sentimenti di rabbia, di sdegno, di  commozione, ma anche di sgomento e di impotenza di fronte  all’arrogante violenza mafiosa, ispirarono l’ignoto autore del  cartello lasciato sul luogo dell’eccidio: ”Qui è morta la speranza  dei palermitani onesti”. Il 4 settembre 1982, dal pulpito della  chiesa di San Domenico, il cardinale fece impallidire i più importanti uomini politici siciliani e d’Italia, che assistevano nelle prime file alla messa funebre del prefetto Dalla Chiesa, citando la nota frase  tratta dalle Storie di Tito Livio: ‘Dum Romae consulitur, Saguntum  expugnatur’; mentre a Roma ci si consulta, la città di Sagunto viene  espugnata. Sagunto è Palermo. Povera la nostra Palermo! Come  difenderla?’.

“A seguito delle sferzanti accuse, dal fondo della chiesa, dove sedeva  la gente comune, esplose un fragoroso applauso. Un urlo liberatorio,  un grido di condanna diretto allo Stato. Pappalardo fece vergognare la classe politica italiana che, indugiando a concedere al generale Dalla Chiesa i poteri speciali che aveva richiesto, l’aveva lasciato in una  situazione di incertezza dalla quale non era uscito vivo”.

“Di fronte all’uccisione di un servitore dello Stato come il prefetto Dalla Chiesa, accanto alla responsabilità penale di autori e mandanti, vi è anche la responsabilità morale di
chi non l’ha ascoltato o l’ha privato dei mezzi per garantire libertà e democrazia, legalità e giustizia”.

“Come disse il generale pochi giorni prima di essere ucciso a suo figlio Nando: ”Certe cose si fanno per poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la
sensazione di doverci rimproverare qualcosa””, spiega Grasso.

“Ci sono uomini che, con la loro sola  presenza, cambiano l’atmosfera del luogo in cui si trovano. Il  generale Carlo Alberto dalla Chiesa era uno di questi: autorevolezza,  competenza, carisma lo avevano reso tra gli uomini più apprezzati di  tutte le forze armate”.

“Il generale conosceva la Sicilia,  c’era già stato due volte: da Capitano nel 1949 a Corleone, svolgendo  le indagini sull’omicidio di Placido Rizzotto – dice ancora Grasso – e da Colonnello a partire dal 1966, al comando della Legione di Palermo, che aveva giurisdizione anche sulle province di Agrigento,  Caltanissetta e Trapani, imparando a conoscere anche i mafiosi e le  loro connessioni con la politica, prima di dedicarsi con tutta la sua  intelligenza e le sue capacità alla criminalità milanese prima e alla  lotta al terrorismo poi”.

“Per i cittadini onesti di Palermo, martoriata e impaurita da almeno  tre anni per il feroce attacco a rappresentanti delle istituzioni e  per le centinaia di omicidi della guerra di mafia, che avevano  inondato le strade di sangue, il suo arrivo costituiva un punto di  riferimento autorevole e capace di infondere sicurezza, fiducia e  speranza – aggiunge Grasso -Verso la metà di marzo 1982, si erano  sparse le prime voci di una sua venuta a Palermo e quando Giovanni  Falcone mi riferì che un avvocato gli aveva chiesto, a nome del  generale, una copia dell’ordinanza di rinvio a giudizio del  procedimento contro Rosario Spatola e altri atti, commentammo con  favore e apprezzamento il fatto che il generale stesse valutando  seriamente l’intenzione di venire a Palermo”.

L’omicidio Dalla Chiesa non fu un buon  affare per Cosa nostra. Questa valutazione negativa è emersa anche  dall’interno dell’organizzazione, tanto che alcuni mafiosi si chiedono ancora oggi quali interessi così importanti avesse potuto toccare il  prefetto Dalla Chiesa in soli cento giorni da deliberarne  l’eliminazione fisica o, di converso, per le finalità di quale potere  occulto esterno abbia operato la mafia”, dice Grasso.

“Deponendo al processo Andreotti, il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, riferì` che proprio il feroce killer Pino Greco  ”Scarpuzzedda”, che aveva partecipato all’eccidio del prefetto, gli  aveva confidato: ‘Quest’omicidio non ci voleva. Ci vorranno almeno  dieci anni per riprendere bene la barca, e comunque qua io ho avuto  uno scherzetto in quest’omicidio, e questo scherzo me lo fece u  Raggiuneri. Cà c’e` a manu d’u Raggiuneri, u sap’iddu chiddu ca  cummina (lo sa lui quello che combina)’. Secondo Cannella, Greco  alludeva al fatto che le vere motivazioni dell’omicidio Dalla Chiesa  erano diverse da quelle fatte circolare in Cosa nostra e che,  comunque, non vi erano state quelle coperture promesse a Provenzano e  di cui si era fatto lui stesso garante”.

“Infatti, in pochi giorni venne approvata, dopo anni di  attesa, la legge Rognoni-La Torre, che aveva resistito all’omicidio  dello stesso La Torre, introducendo l’associazione mafiosa, i  controlli bancari sugli enti pubblici e gli appalti, il sequestro e la confisca dei beni – prosegue Pietro Grasso – Non solo, quei poteri di  coordinamento investigativo sul piano nazionale che egli aveva,  ripetutamente e invano, sollecitato sin dal primo momento, e che al di là delle promesse formali e delle dichiarazioni di intenti non gli  erano stati concessi, vennero dati al suo successore tramite un  Decreto legge, ampliandoli addirittura su tutto il territorio  nazionale, anche in materia di camorra e di ‘ndrangheta”.

“Sul piano delle indagini, dopo l’inspiegabile e pretestuoso accesso da parte di funzionari della Prefettura nella residenza di Dalla  Chiesa, asseritamente per prelevare delle lenzuola da usare per coprire i cadaveri in camera mortuaria, c’e` il giallo della  cassaforte, trovata inspiegabilmente vuota soltanto l’11 settembre,  quando in bella evidenza viene scoperta la chiave, invano cercata per  tanti giorni nel medesimo cassetto dove di solito era riposta. Misteri che nemmeno l’inchiesta dibattimentale al Maxiprocesso riuscirà a  chiarire”, aggiunge il Presidente del Senato.

“Il collaboratore Giovanni Brusca riferì ai giudici di Caltanissetta che, a un certo punto, dopo la strage di  Chinnici, arrivò` a lui, da Roma, tramite Lima e quindi i Salvo,  l’avvertimento di darsi una ”calmata” (nel senso di non commettere  altri delitti che turbavano l’opinione pubblica), perché´ altrimenti  si sarebbero dovuti prendere seri provvedimenti repressivi”.

“La risposta  arrogante di Riina, che egli stesso riporto` ai Salvo, per recapitarla al mittente, fu: ”Ci lascino fare. Noi siamo sempre stati a  disposizione per tanti favori che gli abbiamo fatto”. Di quali favori si tratta non si saprà mai – aggiunge Grasso nel suo intervento –  Certo é che gli unici omicidi eccellenti l’anno prima di Chinnici  erano stati quelli di La Torre e Dalla Chiesa. Provenzano ha portato  nella tomba i suoi misteri e Riina non pare disposto a rivelarli”.

“Del resto, coloro che avevano in precedenza sostenuto e apprezzato  Dalla Chiesa come il salvatore della patria dal terrorismo, per le  stesse ragioni potevano averlo temuto particolarmente. Ne conoscevano  l’intuito investigativo, la capacità organizzativa, l’intelligenza, la dedizione, l’impeto, l’incorruttibilità e anche una inveterata  indipendenza di giudizio unita ad un indomito coraggio”, aggiunge..

“Tutte queste qualità, unite alla memoria dei segreti di Stato del terrorismo, possono ben aver costituito un’incontrollabile  miscela esplosiva, rappresentata da un uomo che non si è mai asservito alla politica e che sul fronte della mafia stava rivelando di averne  compreso le evoluzioni in chiave Corleonese, soprattutto sull’asse  Palermo-Catania”, dice ancora il Presidente del Senato Pietro Grasso  nel suo intervento. “Un uomo che, sfruttando i rapporti con la stampa  e l’opinione pubblica, parlando alla gente, andando nelle scuole,  orientando le coscienze, stava innescando una rivoluzione che  rischiava di spezzare l’egemonia sub-culturale della mafia e del  sistema di potere ad essa collegato”, dice.        “Il valore della vita, del sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa e, con lui, di Emanuela e di Russo, rimarrà nella memoria collettiva, non si potrà mai disperdere – conclude Grasso – È stato proprio lui a  liberarci dalla minaccia eversiva; è stato proprio lui a tracciare,  con la sua esperienza, con la sua alta professionalità le direttrici  investigative, organizzative e metodologiche della moderna lotta contro la mafia”.                (Ter/AdnKronos)

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