Rai Storia rivisita Gela e scopre tante cose mai viste prima

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Gela è stata vivisezionata, posta sul tavolo anatomico, ispezionata, visitata e rivisitata da giornalisti, troupe televisive, esperti e manager. C’è una letteratura fatta di luoghi comuni. Si è scritto e detto tutto il male del mondo e tutto il bene del mondo a seconda della stagione. Di certo erano state create delle aspettative, di certo quelle aspettative sono state deluse. Oggi Gela si trova in braghe di tela, spaventata, smarrita, abbarbicata ad un’industria che ha finito con l’odiare. Pura schizofrenia. Eugenio Farioli Vecchioli, l’autore del programma dedicato a Gela da Rai Storia (Gela, la città degli sbarchi”), all’interno di Mare Nostrum, è arrivato nel momento peggiore. La fabbrica perde pezzi giorno dopo giorno, e il suo restyling è atteso con scetticismo e molta diffidenza.

Eppure, ed è la prima volta che accade, lo sguardo regalato alla città da Farioli Vechioli, è stato accolto con favore dalla gente del posto. Perché? Forse, per un motivo molto semplice: è stata raccontata la storia della città, e non quella della fabbrica. Una storia lunga, faticosa, con molte ombre ma anche con tante luci. Gela è rimasta protagonista, la fabbrica co-protagonista, e talvolta solo comparsa. Il petrolchimico con ha sommerso la città.

Marco Marchioni, insieme con Hytten, furono testimoni della stagione più importante, quella delle aspettative. Raccontarono ciò che accadeva e previdero che cosa sarebbe accaduto. Hytten non c’è più, Marchioni ha dato voce anche a lui. La sua intervista ha ampio spazio nella “città degli sbarchi”, costituisce una delle sequenze più importanti della puntata di Mare Nostrum.

“La Gela dell’industria faceva di fatto scomparire le bellezze di Gela e la sua storia”, esordisce infati Marchioni. “Sembrava come che tutto il resto non esistesse, esisteva solo esisteva la grande mole dell’industria, poi l’oscurità, nella inconsapevolezza della gente. Come scrivemmo nel libro, quando uno arrivava a Gela, l’unica cosa che riusciva a percepire direttamente era la localizzazione dello stabilimento, o la localizzazione del villaggio residenziale. Tutto il resto, non si capiva bene.

“Se uno pensa alle ricchezze archeologiche, alla bellezza del mare, della costa, dell’entroterra, non può che sorprendersi… Però è interessante dire che Hytten ed io non andammo a Gela per fare un libro, noi andammo a fare un lavoro sociale. Perché c’era consapevolezza diffusa che le cose non andavano bene. Veniamo individuati come sociologi, e invece no, noi andammo per fare un lavoro sociale, non a studiare. Io e Hytten venivamo dall’esperienza con Dolci, fondamentale per tutti e due, anche se poi ce ne andammo in polemica con Danilo.

“Che cosa ci spinse ad andare a Gela? Fare un lavoro che permettesse in qualche modo di ricostruire i rapporti tra l’industria e la comunità gelese. Alla fine fummo vedemmo obbligati a scrivere il libro: non è un prodotto programmato, ma il risultato delle vicende che seguirono al nostro lavoro.

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