“Le nevi di una volta. Racconti.” Stefano Vilardo, a cura di Giuseppe Saja

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Stefano Vilardo, Le nevi di una volta. Racconti. Introduzione e cura di Giuseppe Saja, Thule, Palermo 2016, pp.84, 10,00 euro.

 

(Francesco Virga) Stefano Vilardo è noto, soprattutto, per Tutti dicono Germania Germania. Poesie dell’emigrazione (Garzanti 1975, Sellerio 2007). Un capolavoro che, malgrado la fortuna che ha avuto, non ha finito di dire tutto quello che, ancora, ha da dire.

In tutti i libri che Vilardo ha scritto, anche in quelli più lirici e, apparentemente, lontani dalle sue più concrete esperienze, il maestro di Delia ha sempre finito per parlare della sua vita, delle persone che ha incontrato lungo il suo cammino, del suo amore per i libri, la cultura e la cucina popolare siciliana.

Ne Le nevi di una volta . Racconti, Thule, Palermo 2016, sono stati raccolti, con l’attenta cura di Giuseppe Saja, dieci brevi racconti del maestro di Delia (CL). La maggior parte di essi, per la verità, erano già stati pubblicati in luoghi diversi. L’idea di raccoglierli in un unico volume, con qualche piccola variante, ci è sembrata felice perché questi racconti si tengono per mano tra loro e ognuno non è altro che una tessera dello straordinario mosaico della sua vita e della sua opera.

Particolarmente bello ci è apparso il primo, forse l’unico vero inedito, – intitolato Oh, sì, che mi ricordo!- che descrive con giovanile vivacità il viaggio in automobile, compiuto nel 1963, da Caltanissetta a Bagheria, insieme all’inseparabile Leonardo Sciascia (Nanà e Stestè si sono chiamati reciprocamente, fin dall’adolescenza e poi per sempre, i due inseparabili amici), per andare a vedere una delle prime mostre fotografiche del giovane Ferdinando Scianna che, allo scrittore di Racalmuto, offrì più di uno spunto per scrivere, due anni dopo, uno dei suoi testi più dirompenti sulla visione materialistica della vita del popolo siciliano (Le feste religiose in Sicilia,1965).

Il racconto di Vilardo si snoda tra ricordi che oscillano continuamente tra passato e presente, con punte di autentico lirismo quando descrive il paesaggio naturale di quegli anni: « Eravamo in piena primavera […]. Il cielo era un celeste prato macchiato appena da qualche cirro. Le Madonie rilucevano di ramati bagliori che si sprigionavano dai martoriati calanchi che la furia di vecchie e nuove intemperie avevano scavato.» (pag. 17)

Particolarmente efficace e puntuale la descrizione dell’incontro con il poeta Ignazio Buttitta: « come una tromba d’aria, come un ciclone, ci investì il Poeta, u pueta ,come affettuosamente era chiamato dai suoi compaesani, che ci trascinò, gesticolante e vociante, nella sua putia di esperto salumiere: pile traballanti di stuzzicanti canestrati, rosari di salsicce stagionate, salumi, pancette, tocchi di profumatissimo lardo, e cacciatorini, cacicavalli, prosciutti, mortadelle, pendevano come stalattiti dalla concava volta della salumeria. Poeta e salumiere? Sì, e che c’è di strano! Voltaire, letterato, filosofo, storico…era anche un fortunato e avveduto capitalista.[…] E Rimbaud poeta in gioventù – e che poeta! – poi divenne commerciante di armi e, si dice, di schiavi. » (pp. 18-19) . Il ritratto che in queste righe Vilardo fa del poeta di Bagheria è davvero uno dei più corrispondenti alla realtà che siano mai stati fatti. Indimenticabile la descrizione dei tradizionali scambi di saluti con la gente del paese che incrociavano: «Ossa binidica, Pueta» […] E u pueta, con la sua solita allegria, maliziosamente rispondeva: Santu figliu e fatti arrassu. Oppure con un pizzico di maligno piacere: Lu Signuri ti sbiddica!- (pag. 19).

Da questi splendidi racconti autobiografici emergono i mille volti di Vilardo, il suo faticoso processo di formazione, dai tempi in cui si sentiva solo un saccu di vastuni, al decisivo suo primo incontro con Leonardo Sciascia ( favorito da una provvidenziale bocciatura che lo fece diventare compagno di banco di Nanà alle Magistrali di Caltanissetta, prima, e amico fino al suo ultimo giorno di vita descritto in modo toccante in uno di questi racconti Settembre), la sua giovanile gioia di vivere accompagnata sempre da un pessimismo quasi leopardiano.

Francesco Virga

 

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