La pia contesa, mai risolta: Sant’Agata è catanese o palermitana?

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(Giuseppa Castellana) È risaputo, in ogni dove non mancano rivalità e campanilismi. Pisani contro livornesi, bergamaschi contro bresciani e… palermitani contro catanesi. Questa italica disposizione al litigio non sfuggì, durante il suo viaggio in Italia, al tedesco Goethe che osservò “qui sono tutti in urto, l’uno contro l’altro, in modo che sorprende. Animati da un singolare spirito di campanile, non possono soffrirsi a vicenda”.
La rivalità tra Palermo e Catania è una cosa seria. Non è solo da tifoseria calcistica. C’è un’antica ruggine di cui si sono perse le origini. Capirne le ragioni sembra essere un arduo compito. E non sperate in un aiuto dotto… anche gli studiosi alla fine ci hanno rinunciato. È sufficiente un pretesto qualunque per accendere gli animi: dalla letteratura all’arte, dal turismo allo sport, dal teatro alla musica… per non parlare della gastronomia.

Terreno roventissimo. Anche una vocale finale come in “arancino” e “arancina” può fare la differenza. Questa acerrima rivalità non ha risparmiato neanche la martire Agata che si è vista contendere i natali a colpi di carte e documenti.

La “pia contesa”, probabilmente iniziata già nei primi secoli del cristianesimo, raggiunge, nel corso del Seicento e Settecento, proporzioni impensabili coinvolgendo i dotti, il clero, il popolo e persino Pontefici.

Scarne ma decise furono le parole usate da Benedetto XIV che, sollecitato ad esprimere un suo parere sulla spinosa “quistione”, rispose: “…la grande Chiesa celebra nei suoi altari martiri e santi e non i loci ove ebbero i natali”. Archiviata la querelle? Ma quando mai.

Vediamo come ce la racconta l’instancabile Giuseppe Pitrè[1]:

“[…] L’ opinione più comune è che essa nacque in Palermo e ricevette il martirio in Catania. A causa perduta i Palermitani si rassegnarono nella persuasione che S. Agata se non fu loro concittadina fu almeno loro visitatrice; e in una delle tre chiese a lei dedicate, in quella cioè sopra le mura; additarono sempre non so qual vivo sasso, ove la Santa avrebbe posato il piede e lasciatovi miracolosamente impressa l’orma di esso. Ma questa pia tradizione è molto contrastata, ed uno storico catanese dice che falsamente si attribuisce dai Palermitani questa pedata a S. Agata.”

Quel “vivo sasso”, citato dallo studioso, è tuttora custodito, come reliquia, nella chiesa di Sant’Agata la Pedata.

Secondo una delle tante tradizioni accreditate, Agata scappa da Catania e si rifugia a Palermo. Ma la persecuzione di Quinziano la raggiunge e la riconduce nella sua città.

Agata passerà da quella strada sulla quale, mille anni dopo, i Normanni costruiranno Porta Sant’Agata ed è proprio lì che la giovane si china per allacciare un calzare e sulla pietra – si dice – rimane l’impronta del suo piede.

Delle quattro chiese che i devoti palermitani dedicarono alla martire oggi ne restano solo due: Sant’Agata la Pedata e Sant’Agata alla Guilla. La città le ha pure riservato un angolo dei Quattro Canti, il Mandamento Tribunale, accanto ad altre sante protettrici: Santa Cristina, Santa Ninfa e Santa Oliva. E le ha riconosciuto anche il potere di guarigione come afferma solennemente questo antico detto: “Sant’Aghita palermitana vai malatu e ti sana”.

I fedeli palermitani dunque non si risparmiarono per sostenere la devozione agatina. Beh… “fedeli” proprio non direi. La strenua difesa della Patrona catanese si affievolì lentamente e nel cuore dei devoti panormiti trovò dimora presto un’altra eroina cristiana.

Scomodiamo sempre l’eruditissimo Proff. Pitrè che a tal proposito ci dice:“Cercando la ragione di tanto intiepidir di devozione, io la trovo nel cresciuto culto di S. Rosalia. Accadeva d’ordinario che una nuova santa presa a patrona d’una città. togliesse il posto nella solenne festività alla santa che trovava: e S. Rosalia dopo il 1625 lo tolse a S. Cristina, antica patrona palermitana, a S. Ninfa, a S. Agata, ai santi Raimondo e Nonnato e ad altri santi e beati che ora il popolo conosce solo di nome. In Catania però il culto di S. Agata non è stato scalzato da nessun beato, e questa santa «sta come torre ferma che non crolla[2].”

[1] G.Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881.

[2] tratto da “Spettacoli e feste popolari siciliani” di G. Pitrè

Fonti consultate

G.Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881

Rosario La Duca, Almanacco Popolare Palermitano, Edizioni e Ristampe Siciliane

Maria Adele Di Leo, Feste Popolari di Sicilia, Roma 1997

 

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