Tutele, Italia promossa a pieni voti per le mamme, ma non supera l’esame per i papà

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Il sistema italiano di tutele della  maternità per le donne, per quel che riguarda congedi e remunerazione, funziona. Non così quello per i papà. E’ quanto emerge da una indagine dello Studio legale Daverio & Florio, che in Italia rappresenta  Innangard, il network internazionale specializzato nel diritto del  lavoro, che ha fotografato le differenze a livello internazionale sui  congedi e sulle remunerazioni in caso di maternità e paternità senza  entrare nel merito delle politiche di welfare.  Se la Gran Bretagna, infatti, offre alle donne maggiori tutele per  quanto riguarda congedi e retribuzioni, l’Italia, si legge, è avanti  rispetto ad altri Paesi come Francia, Spagna, Olanda, Germania. Non è  così invece per i neo papà italiani ai quali spetteranno, grazie  all’ultima legge di stabilità, due giorni di congedo nel 2017, un  numero nettamente inferiore rispetto ai francesi, agli spagnoli e agli irlandesi, e quattro nel 2018.  I Paesi Europei, infatti, sintetizza ancora l’indagine dello Studio  legale Daverio & Florio, offrono ai neo-papà maggiori tutele. Nel  Regno Unito, dove i neo papà che abbiano maturato almeno 26 settimane  di lavoro consecutivo hanno diritto a una o due settimane di congedo,  è allo studio la possibilità di far condividere i permessi parentali  anche ai nonni che ancora lavorano. La Francia prevede invece per il  padre 3 giorni facoltativi alla nascita e 11 consecutivi a scelta  (diventano 18 in caso di parto plurigemellare o di adozione); la  Spagna 13 giorni di congedo che dal 2017 potrebbero passare a 4  settimane; l’Irlanda 2 settimane di congedo (a partire dal mese di  settembre 2016).

Solo la Germania, al contrario, continua ad avere il  freno tirato: prevede solo un giorno, salvo eccezioni previste da  accordi individuali o collettivi.  Tutto un altro discorso invece per le neo mamme alle  quali spettano in Italia cinque mesi di congedo obbligatorio (circa 21 settimane) retribuiti totalmente, a cui si possono aggiungere, su  richiesta ed entro i 12 anni di età del figlio, ulteriori sei mesi  (quasi 26 settimane) retribuiti al 30%. A questo si aggiungono  permessi per allattamento pagati fino a un anno di età del bambino.

Per quanto riguarda le tutele in caso di licenziamento, esiste un  periodo di protezione che va dall’inizio della gravidanza fino a un  anno di vita del bambino. In tal caso la lavoratrice, qualora venisse  licenziata, dovrà essere reintegrata.  Meglio di noi, dunque, solo il Regno Unito, che dà diritto a 52  settimane, di cui 26 obbligatorie e 26 aggiuntive, a prescindere  dall’anzianità di servizio. La retribuzione, obbligatoria per le prime 39 settimane, è del 90% per le 6 settimane iniziali mentre per le  successive 33 settimane lo stipendio non può superare i £ 139.58 a  settimana.  In Francia, invece, sono di norma solo 16 settimane, ma le tutele  aumentano nel caso la lavoratrice madre abbia più di due figli (26  settimane) o se partorisca gemelli (34 settimane). In questo periodo  si riceve un’indennità determinata sulla media degli ultimi tre mesi  di stipendio, diminuito del 21%, ma non può superare i 3.218 euro.

Le  neomamme possono ottenere fino a tre anni di ”congedo protetto” con  sovvenzioni per baby-sitter a domicilio e assistenza ai bambini. Anche in Spagna le settimane sono 16 e retribuite integralmente: di queste  solo sei sono obbligatorie e da godere dopo il parto, le altre sono a  discrezione della lavoratrice. Sedici settimane obbligatorie anche in  Olanda, pagate al 100%, a cui si possono aggiungere, fino agli 8 anni  del bambino, ulteriori 26 settimane non remunerate.  In Germania le settimane di congedo sono solo 14, di cui 6 prima della data prevista del parto e 8 dopo la nascita del bambino. In caso di gemelli le settimane dopo il parto diventano 12. Per quanto riguarda lo stipendio, deve essere di almeno dello stesso importo  calcolato sulla base di una media di 13 settimane di salario o degli  ultimi 3 mesi prima della gravidanza.  (Sec/AdnKronos)

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