Il fascino dell’India raccontato da Antonio Ortoleva

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L’India com’è sempre stata, intatta nei millenni, e l’India moderna, alle prese con la rivoluzione tecnologica: due volti di un unico grande Paese, osservati sia con il rigore e l’agilità di scrittura del cronista-viaggiatore sia con accenti lirici. E’ il libro da poco in libreria di Antonio Ortoleva, giornalista siciliano, autore di “C’era una volta l’India e c’è ancora”, edito da Navarra (108 pagine, 12 euro).

A metà tra il reportage e il diario di viaggio nell’India del Nord, da Nuova Delhi, la capitale-Stato, a Rishikesh, capitale mondiale dello yoga e meta dei Beatles di mezzo secolo addietro, fino al Rajasthan, la terra dei marajà, in quelle pagine ci si muove geograficamente ma anche indietro nel tempo, dato che l’autore ricostruisce un pezzo della storia del Paese attraverso le più importanti figure spirituali, nonché degli scrittori che si sono occupati di India, non dimenticando i fatti più gravi di sfruttamento di queste terre da parte delle potenze coloniali, prima, e delle multinazionali estere, poi.

“Offro un itinerario – spiega Ortoleva – sia geografico che spirituale di un grande Paese che un tempo rappresentava soprattutto l’emblema della fame del mondo ed oggi è sempre più il topos del misticismo che lì pervade quasi ogni aspetto delle relazioni umane, seppur davanti all’avanzata della modernità. L’India – continua l’autore – è da tempo in occidente, e non ne siamo del tutto consapevoli, con lo yoga, l’ambientalismo, la medicina, il vegetarianesimo, partiche che ormai fanno parte dello stile di vita di tanti”.

“C’era una volta l’India e c’è ancora” suggerisce percorsi e consigli utili, infonde profumi di spezie e di fiori cerimoniali, in una modalità diversa dalla guida classica offre informazioni che guardano sia alla vita di tutti i giorni – degli indiani e dei molti stranieri che lì hanno trovato una seconda casa – sia alle premesse necessarie per comprendere un popolo che ci sorprende per il suo sorriso sereno, per un approccio alla vita che non prevede frustrazione, che considera povero – sulla scorta dell’insegnamento di Gandhi – non chi non ha niente, bensì chi possiede troppo e pretende sempre di più.

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